I Sahrawi sono la Gente del Deserto del Sahara, che affonda le sue origini nel XI secolo, quando alcune tribù arabe provenienti dallo Yemen invasero la parte settentrionale dell’Africa e si fusero con la popolazione nomade locale, di lingua berbera. Un tempo i sahrawi venivano chiamati I figli delle nuvole, perché vivevano nomadi e si spostavano seguendo le nuvole. Dove andavano le nuvole, infatti, veniva la pioggia, e dove veniva la pioggia nel deserto si poteva coltivare. Da trentacinque anni il popolo sahrawi vive diviso: una parte straniero in casa propria, nel Sahara Occidentale, ex colonia spagnola, occupato dal Marocco nel 1975, e una parte come profugo, nei Campi di Tindouf, nell’hammada algerina, il deserto più inospitale di tutto il Sahara. Unica fonte di sopravvivenza dei 200.000 sahrawi che vivono nei Campi profughi sono gli aiuti umanitari internazionali. La popolazione degli accampamenti è divisa in quattro wilaya (province), a cui i sahrawi hanno dato i nomi delle località del Sahara Occidentale che hanno dovuto abbandonare, per conservare la memoria della loro terra d’origine. Le wilaya sono El Ajoun, Ausserd, Smara e Dakhla. Il 27 febbraio 1976 è stata proclamata la RASD, Repubblica Araba Sahrawi Democratica in esilio, oggi riconosciuta da molti Paesi latinoamericani e dall’Unione Africana, di cui fa parte dal 1982. Per la lunga assenza degli uomini, impegnati dal 1975 al 1991 nella sanguinosa lotta di liberazione dei Territori Occupati, il ruolo delle donne all’interno delle wilaya è diventato fondamentale per lo sviluppo della società sahrawi e dell’organizzazione della vita sociale, politica, amministrativa. Gli uomini sahrawi hanno per questo grande rispetto e senso di riconoscenza per le loro donne. La religione è islamica nella sua forma più tollerante, ben lontana da ogni fondamentalismo. Le lingue sono l’hassania, dialetto arabo parlato nel Sahara Occidentale e in Mauritania, e lo spagnolo, studiato dai bambini fin dalla terza elementare. Grande importanza per i sahrawi hanno la cultura e lo studio, perché aiutano a rafforzare la consapevolezza del loro esistere nonostante tutto. Molti bambini della generazione della Fuga , oggi trentacinquenni, quarantenni, sono stati mandati a studiare a Cuba subito dopo essere arrivati nei Campi. Alcuni di loro, ricordando, parlano di un trauma da doppio distacco: prima dalla loro terra di origine, con la Fuga, poi dalle loro famiglie, per poter studiare all’estero. Nel Paese che li ha accolti hanno studiato cinque,otto anni, e per tutto quel tempo non hanno più visto le loro famiglie. Durante questo periodo di lontananza, però, hanno avuto una fortuna: ritrovarsi accanto degli insegnanti sahrawi, che hanno saputo mantenere forte e vivo il legame col loro popolo, con le loro famiglie d’origine, e che hanno seminato dentro di loro l’anima e la cultura sahrawi. Questi ragazzi sono cresciuti con un forte senso di responsabilità rispetto al futuro, nella consapevolezza che dalla loro formazione dipendevano le sorti del loro popolo. Ancora oggi i bambini dei Campi, dopo le scuole materne, elementari e il collegio, che corrisponde alla nostra scuola media, proseguono i loro studi all’estero, principalmente a Cuba, in Italia e in Spagna, oltre che in Algeria, dove si trovano i Campi Profughi. Il legame con questi Paesi e con le famiglie che li ospitano è molto forte, quasi fossero per loro una famiglia allargata, che nulla toglie al legame con le famiglie di origine. Nonostante l’Onu abbia approvato dal 1964 ad oggi numerose risoluzioni, indicando il Referendum come strumento per l’autodeterminazione del popolo sahrawi per ritornare nelle loro terre, nonostante nell’ottobre 1975 la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia si sia pronunciata sulla questione del Sahara Occidentale affermando che “Non esiste alcun vincolo di sovranità tra il Sahara Occidentale e il Marocco”, e nonostante nel 1991, dall’approvazione del piano di Pace ONU, i sahrawi abbiano abbandonato le armi, fiduciosi di ritornare presto nel Sahara Occidentale, ancora non si è giunti ad una soluzione. Esiste un muro di 2500 chilometri, di cui pochi conoscono l’esistenza, costruito e minato dal Marocco per impedire ai sahrawi di tornare a casa. La situazione più grave per i sahrawi non è nei Campi Profughi, dove si vive in pace, ma proprio al di là del muro, nei Territori Occupati, dove da trentacinque anni le associazioni umanitarie denunciano la quotidiana e inaccettabile violazione dei diritti umani da parte del Marocco. L’Associazione sahrawi delle vittime delle gravi violazioni dei diritti umani commesse dallo Stato marocchino ha lanciato un appello per la creazione di un Comitato Internazionale che chieda la liberazione di tutti i prigionieri politici rinchiusi nelle carceri marocchine e nel Carcel Negro di El Ajoun nei Territori Occupati. Il rapporto annuale di Amnesty International sui diritti umani parla di centinaia di attivisti sahrawi arrestati negli anni, compresi minorenni. Decine di loro hanno denunciato tortura o maltrattamenti durante gli interrogatori da parte delle forze di sicurezza. Decine di studenti sono stati arrestati e molti di loro sono stati picchiati. Circa una ventina sono stati condannati fino a un anno di reclusione. Il numero dei desaparecidos sahrawi, invece, è di oltre quattrocento dal 1975 a oggi (fonte Peace- Reporter, intervista a Omar Salek, responsabile Diritti umani dei sahrawi nei Territori Occupati del Ministero dei Territori Occupati della RASD).




Degli accampamenti di rifugiati Eduardo Galeano, giornalista e scrittore uruguagio, scrive: “Gli accampamenti dei rifugiati nel sud dell’Algeria sono nel deserto dei deserti. E’ un nulla vastissimo, circondato di nulla, dove crescono solo pietre. E tuttavia in quelle zone aride, e nelle zone liberate che non sono un granché meglio, i sahrawi sono stati capaci di creare la società più aperta, e la meno machista, di tutto il mondo musulmano.” E’ vero: le donne Sahrawi degli accampamenti di rifugiati godono di una libertà di cui non dispongono altre donne dei paesi arabi e partecipano attivamente alla vita sociale e politica delle wilaya. I bambini sahrawi sono i più importanti ambasciatori della causa del popolo sahrawi, perché i loro mesi estivi li trascorrono in Spagna e in Italia, ospiti di famiglie, e grazie alla cooperazione internazionale. I sahrawi sono un popolo molto aperto e ospitale, che accoglie gli ospiti come fossero familiari, offrendo loro il meglio di cui dispone: la parte più bella della khaima, la parte migliore del cibo.




Alcuni dei personaggi del libro La bambina delle nuvole esistono davvero e li ho conosciuti durante il mio viaggio nei Campi Profughi sahrawi di Tindouf, in Algeria, nel novembre 2007. Nella storia però molti di loro sono stati romanzati. Ho pensato a lungo se cambiarne i nomi, per rispetto alle persone vere, o se lasciarli con i loro nomi originali, sempre per rispetto alle persone vere, pensando in questo modo di dare il mio umile contributo a mantenere viva la loro memoria in un libro. Alla fine ho deciso per la seconda strada, lasciarli con i loro nomi originali. Spero che il grande spirito ironico dei sahrawi, quello stesso spirito che li salva ogni giorno dalla disperazione, li farà sorridere quando si leggeranno in queste pagine. Ringrazio tutte le persone vere che sono diventate personaggi della mia storia per avere convissuto con i miei personaggi inventati. Ammetto che, nonostante tutti i miei sforzi, queste persone vere nella realtà sono molto, ma molto più belle e interessanti di come sono riuscita a raccontarle. Suggerisco quindi a tutti coloro che leggeranno La bambina delle nuvole di non fermarsi alla lettura, ma di andare a conoscere le persone vere nei Campi Profughi sahrawi di Tindouf.





Dal sito di Ossin (www.ossin.org), Osservatorio Internazionale per i diritti. Il 13 novembre 2008, a Washington, è stato consegnato ad Aminatou Haidar, leader della intifada sahrawi, il premio Robert F. Kennedy 2008 per i diritti dell’uomo. Nell’occasione la signora Haidar ha pronunciato il discorso che pubblichiamo.

Washington, 13 novembre 2008

Onorevoli ascoltatori,
Signore, Signori,
Cari amici,
Prima di tutto permettetemi di salutare caldamente e con grande rispetto la famiglia Kennedy e soprattutto la signora Robert F Kennedy. Come pure tutte le personalità che assistono a questa gloriosa cerimonia.
Permettetemi di ricordare l’impegno della gloriosa istituzione Robert F Kennedy Memorial, che ci ha riunito in questa gioiosa cerimonia per commemorare insieme le virtù di un brav’uomo che ha consacrato la sua vita alla lotta per la libertà e la promozione dei diritti dell’uomo, rendiamo omaggio allo spirito di Robert Francis Kennedy.
“Ogni qualvolta un uomo difende un ideale, agisce per migliare la sorte degli altri uomini o protesta contro l’ingiustizia, è come se inviasse un piccola ondulazione di speranza che si propaga e si trasforma, accumulando energia e audacia, in una corrente capace di smantellare i potenti muri di oppressione e resistenza”. Così diceva Robert Francis Kennedy, del quale oggi ho l’onore di ricevere il premio 2008 a lui intitolato per i diritti dell’uomo. Ma più ancora io mi sento ispirata dagli stessi ideali che egli ha difeso con convinzione ed assoluta abnegazione: devo allora dirvi che io condivido la sua stessa convinzione “che tutti i popoli hanno il diritto fondamentale di partecipare alle decisioni politiche che coinvolgono la loro vita” e penso anche – come pensava lui – che la protesta contro l’ingiustizia sia la più alta forma di coraggio. Il mio popolo, il popolo sahrawi, ha sofferto tanto i postumi di una guerra ingiusta portata avanti contro la sua volontà dallo Stato marocchino dal 1975; oggi più della metà del mio popolo vive in diaspora lontano dalla patria e dalle sue famiglie, in condizioni di vita assai difficili, l’altra metà continua la sua eroica resistenza pacifica sotto l’occupazione marocchina. A tutt’oggi più di 500 sahrawi risultano scomparsi dall’invasione marocchina del Sahara Occidentale e lo Stato marocchino rifiuta di pronunciarsi sulla loro sorte, nonostante le campagne propagandistiche di una pseudo commissione di verità chiamata “instance d’équité et réconciliation” che gira per il mondo senza dare alcuna veritiera risposta sulle gravi violazioni dei diritti dell’uomo perpetrate contro la popolazione sahrawi.
Dal 21 maggio 2005 è scoppiata una sollevazione pacifica e non violenta della popolazione sahrawi che proclama il diritto all’autodeterminazione.
Da allora tutte le località a forte concentrazione sahrawi vedono manifestanti che si riuniscono negli spazi pubblici o nei campus universitari scandendo slogan per l’autodeterminazione e sventolando bandiere sahrawi: cosa che espone sempre a pericolo i manifestanti, che patiscono severe prove di manganelli, torture che giungono fino alla morte, come il caso dei giovani Hamdi Lembarki, Bachaikh Lakhlifi e Sidha Uld Lahbib, o pesanti condanne che arrivano anche a 15 anni di prigione, come il caso del difensore dei diritti dell’uomo Yahia Mohammed Lhafed, o ancora li espone a patire la pena dell’infermità perpetua a causa della brutalità degli interventi delle forze di sicurezza marocchine, che sono costate alla studentessa sahrawi Sultana Khaya l’ablazione dell’occhio destro o allo studente sahrawi Lwali Qadmi una paraplegia totale.
Senza parlare dell’incasso quotidiano di abitazioni saccheggiate, delle incessanti campagne di intimidazione e molestie contro i difensori sahrawi dei diritti umani, che vanno dall’arresto per il solo fatto di fare dell’attivismo, fino addirittura al licenziamento o al divieto di libera circolazione, ma ancora più grave il divieto sistematico di formare delle organizzazioni; nel caso specifico il Collettivo dei difensori sahrawi dei diritti dell’uomo CODESA, del quale sono presidente e che è sempre vietata dall’autorità amministrativa, e analoga sorte ha subito anche l’Associazione sahrawi delle vittime delle gravi violazioni dei diritti dell’uomo ASVDH.

Signore e Signori,
come donna sahrawi vittima della repressione marocchina, di sparizione forzata e di detenzione arbitraria, ed anche nella mia qualità di difensore dei diritti dell’uomo, io ribadisco che la situazione dei diritti dell’uomo nei territori occupati del Sahara Occidentale è oggi drammatica e peggiora giorno dopo giorno. Testimonio che la popolazione sahrawi è alla disperazione, rivolgo un appello per la protezione dei loro elementari diritti. E’urgente ed imperativo accentuare gli sforzi ed intensificare il lavoro per porre fine alle nostre sofferenze.

Onorevoli ascoltatori
E’ noto che il costo del conflitto in Sahara occidentale incide pesantemente sulla prosperità dei due popoli, sahrawi e marocchino in primo luogo, ma danneggia altresì le aspirazioni tanto manifestate dei popoli maghrebini. E’ venuto il tempo allora di alleviare le sofferenze indicibili che questa situazione provoca alle popolazioni. Non sarebbe giusto che il popolo sahrawi benefici di una protezione internazionale di fronte alla feroce repressione di cui è vittima? Fino a quando la società internazionale manterrà l’attitudine deplorevole di assistere in tutta tranquillità a simili forme di dominazione straniera che violano il diritto inalienabile dei popoli all’autodeterminazione? Sarebbe invece augurabile un sincero impegno che acceleri il processo verso l’autodeterminazione.
La Commissione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo, che ha effettuato una visita in Sahara Occidentale tra il 15 e il 19 maggio 2006, ha confermato nel suo rapporto che tutte le violazioni dei diritti dell’uomo commesse dalle autorità marocchine in Sahara Occidentale derivano dalla negazione di un diritto fondamentale e fondatore delle Nazioni Unite, vale a dire il diritto all’autodeterminazione del popolo sahrawi, che è diritto inalienabile ed imprescrittibile.

Signore e Signori,
Non è molto tempo che i negoziati tra i dirigenti sahrawi e marocchini hanno superato un quarto round a Menhasset sotto gli auspici delle Nazioni Unite e si attende il quinto, ma il presentimento diffuso tra i sahrawi, anche tra i più ottimisti, è che queste discussioni non portino verso un esito positivo. E ciò malauguratamente provoca disappunto e disperazione. A meno di due anni dal completamento del piano di azione del secondo decennio internazionale per l’eliminazione del colonialismo (anno 2010), il popolo sahrawi attende ancora di ricevere il sostegno della comunità internazionale e di vedere le Nazioni Unite giocare un ruolo attivo nella ricerca di una soluzione giusta ed equa di un conflitto che è la nostra tragedia.

Signore e Signori,
Permettetemi di lanciare a nome di tutti i difensori sahrawi dei diritti dell’uomo, dall’alto di questa tribuna, un pressante appello a tutta la comunità internazionale, e soprattutto agli Stati Uniti d’America, perché si adoperi massicciamente per la protezione dei cittadini sahrawi sottoposti alla occupazione marocchina, e voglio cogliere l’occasione per ricordarvi che una quarantina di prigionieri politici sahrawi, e tra loro alcuni difensori dei diritti dell’uomo, sono oggi dietro le sbarre nelle prigioni del Marocco e nella Prigione Nera di El Aaiun occupata. Si trovano in condizioni di detenzione assai deplorevoli, sono maltrattati, privati dei diritti più elementari. Il loro crimine è di avere chiesto il rispetto del diritto di autodeterminazione del loro popolo.
Questi prigionieri hanno bisogno del nostro appoggio e della nostra solidarietà perché riottenano la libertà. Mobilitiamoci dunque per la loro liberazione immediata e perché sia finalmente rivelata la sorte degli altri sahrawi spariti dal 1976.

Onorevoli ascoltatori,
Per finire, io mi sento ancora una volta affascinata dalla aspirazioni di Robert Francis Kennedy, che credeva che il ruolo degli Stati Uniti d’America dovesse essere quello di esercitare la sua influenza nel mondo per instaurare la pace e la giustizia; diceva anche: “…la grande sfida degli americani è di mantenersi fedeli alla verità, di mantenersi fedeli alla libertà come valore umano fondamentale e di conservare nei nostri cuori e nei nostri spiriti la tolleranza e la fiducia reciproca”. Permettetemi infine di dedicare questo prestigioso premio ai prigionieri politici sahrawi, alle vittime della repressione marocchina ed ai difensori sahrawi dei diritti dell’uomo che servono un nobile compito e fanno molti sacrifici per difendere i diritti altrui.

Viva la pace – Viva la solidarietà – Viva l’amicizia
E grazie

Aminatou Haidar, insignita del premio per i diritti dell’uomo
Robert F. Kennedy 2008


Da PeaceReporter, ottobre 2009. Aminatou Haidar è stata premiata a New York con il Civil Courage Prize per vent’anni di lotta non violenta



Scritto per noi da Chiara Pracchi

Da quasi vent’anni Aminatou Haidar si batte con metodi non violenti per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale. E’ stata candidata al Nobel per la Pace e ha vinto, fra gli altri numerosi riconoscimenti, il premio Robert Kennedy per i diritti umani. Ora anche la Train Foundation di New York le ha elargito il Civil Courage Prize. Un premio e un assegno di 50 mila dollari assegnato a chi dimostra una ferma resistenza alle ingiustizie anche a rischio della propria vita. Ma la cassa di risonanza internazionale suscitata da questi riconoscimenti non modifica l’atteggiamento di Rabat verso i territori occupati e verso il referendum per l’autodeterminazione del popolo Saharawi, chiesto anche dalle Nazioni Unite con la risoluzione 1754 del 30 aprile 2007. “Questo premio mi dà il coraggio di continuare la lotta nonviolenta che ho condotto sin da quando avevo 23 anni” ha dichiarato Aminatou al momento della consegna. “Il popolo Saharawi accoglie valori universali come la democrazia, il rispetto dei diritti umani, la tolleranza religiosa, l’uguaglianza delle donne, eppure la nostra battaglia non è ben conosciuta. Questo premio rappresenta un importante riconoscimento per il contributo di una sola persona, ma è tutto il popolo Saharawi che lotta per la libertà e l’indipendenza” ha proseguito. Prima di partire le autorità marocchine l’avevano avvisata che sarebbe stata arrestata nuovamente al suo rientro, se si fosse recata a New York a ritirare il premio. Fra le motivazioni che hanno portato alla sua premiazione - si legge nel comunicato emesso dalla fondazione - “la sua coraggiosa campagna ... contro gli abusi e le sparizioni dei prigionieri di coscienza”. Esattamente come successe a lei, che venne prelevata in casa e tenuta prigioniera dal 1987 al 1991 senza alcun processo e da tutti ritenuta scomparsa. Nel 2005 venne arrestata nuovamente mentre si trovava in ospedale, dove era ricoverata per i colpi ricevuti dalla polizia marocchina durante una pacifica manifestazione per l’indipendenza. Accusata di violenza, venne rinchiusa nel famigerato carcere di El Ayoun dove venne torturata durante gli interrogatori, fino a quando Amnesty International e il Parlamento europeo ne richiesero la liberazione. Ricco di fosfati, il Sahara Occidentale è rimasto sotto lo stretto controllo militare dell’esercito marocchino dal 1975, quando venne meno il potere neocoloniale della Spagna. Ne seguì uno scontro con il Fronte Polisario, supportato dall’Algeria, che è terminato con un cessate il fuoco raggiunto nel 1991 grazie alla mediazione dell’Onu e all’istituzione della Missione delle Nazioni Unite per l’Organizzazione del Referendum per il Sahara Occidentale. Referendum che, ad oggi non si è ancora tenuto.




El Ouali Mustafa Sayed nacque nel 1948. Alcuni dicono che nacque nell’hammada algerina, altri a Bir Lehlu, nei Territori Liberati, a est del Muro. I genitori di El Ouali erano nomadi, ma dovettero abbandonare il nomadismo perché suo papà era disabile. Andarono a vivere nel sud del Marocco vicino a Tan Tan. El Ouali andò a scuola in Marocco e siccome era bravo negli studi vinse una borsa di studio per la Facoltà di Legge a Rabat. Divenne membro dell’Unione Nazionale degli Studenti Marocchini. L’università fu per lui un luogo d’incontro importante con le idee nazionaliste e indipendentiste di altri studenti sahrawi in quel periodo. Erano gli anni Settanta. In lui crebbe fortemente l’avversione al colonialismo spagnolo nel Sahara Occidentale e nel 1973 El Ouali costituì il Fronte per la Liberazione di Saguia el Hamra e Rio de Oro: il Fronte Polisario, di cui divenne il primo Segretario generale. Il 20 maggio del 1973 El Ouali condusse la prima azione del Polisario a El Khanga contro i colonizzatori spagnoli. Erano solo in sei guerriglieri, ma alla fine ebbero la meglio. El Ouali venne catturato insieme a un altro guerrigliero, ma i compagni portarono a termine l’azione con successo. Da quel momento la guerriglia del Fronte Polisario divenne sempre più serrata, fino a quando nel 1974 il Fronte Polisario non si ritrovò a controllare tutto il deserto. Gli spagnoli furono costretti a ritirarsi nelle città della costa e la Spagna cominciò a negoziare, promettendo di avviare il processo di decolonizzazione. Ma poi il governo spagnolo di Franco si mise d’accordo con il Re Hasan II e firmò a Madrid gli Accordi Tripartiti per la cessione del Sahara Occidentale a Marocco e Mauritania. E così i sahrawi passarono dalla Spagna al Marocco, nonostante l’Onu avesse chiesto alla Spagna di applicare la risoluzione 1514 per il diritto all’indipendenza dei Paesi sotto dominazione coloniale. Dopo l’occupazione del Sahara Occidentale da parte del Marocco, El Ouali organizzò la Fuga a Tindouf. Qui proclamò la Repubblica Araba Sahrawi Democratica e ne divenne Presidente. Morì a soli ventotto anni, il 9 giugno 1976, durante un combattimento a Nouakchott, in Mauritania.




Il senso di responsabilità dei sahrawi, e di tutti gli amici dei sahrawi, nel mantenere viva la memoria del loro popolo: memoria della cultura nomade, memoria della fuga dal Sahara Occidentale, memoria delle sofferenze dei sedici anni di conflitto armato col Marocco; la forza e l’infinita pazienza del popolo sahrawi, che nonostante tutto continua a sperare in una risoluzione pacifica del conflitto col Marocco, perché crede nei valori della pace e della giustizia; la cooperazione femminile nei campi profughi e l’importanza del ruolo della donna nella società sahrawi: un esempio di società musulmana aperta, democratica, libera, nonostante le difficili condizioni dell’esilio; il sentimento di mancanza del mare: il mare per i sahrawi è la terra che hanno lasciato, il Sahara Occidentale che dà sull’Oceano Atlantico; i sahrawi sentono la mancanza del rumore del mare, la mancanza del pesce fresco da mangiare, etc…; il forte legame con l’Italia, con i movimenti di solidarietà e con le istituzioni italiane; il mito di Aminatou Haidar, militante pacifica sahrawi che vive nei Territori Occupati, ancora vivente nonostante tutto (prigionia, torture) per stimolare un confronto con altri miti femminili che fanno parte della nostra storia e della nostra società.




La mia è solo una delle tante storie possibili da raccontare su questo popolo e sono molto grata al popolo sahrawi per averla scritta. Purtroppo dei sahrawi i mezzi di comunicazione come TV, STAMPA E RADIO non parlano. In realtà ho scoperto dopo, scrivendo questa storia, che dei sahrawi a volte si parla, ma il meno possibile: ci sono troppi interessi di molti paesi potenti in gioco. Certo, un romanzo non può cambiare il mondo, ma è un piccolo contributo, un sassolino lanciato, una goccia che cade nel mare. E alle volte dalle gocce si scatenano onde. Quando ho incominciato a scrivere la storia sui sahrawi ho pensato che volevo scrivere una storia di speranza. Una storia capace di parlare allo stesso tempo al popolo sahrawi, agli amici del popolo sahrawi e ai ragazzi per cercare di dire un messaggio molto semplice, che diceva Gandhi: “Siate voi il cambiamento che volete vedere nel mondo”. Avrei potuto scrivere una storia più drammatica di quella che ho scritto, una storia più vera, perché la storia dei sahrawi può essere raccontata anche con uno sguardo più lucido o con uno sguardo più cinico, che è lo sguardo degli adulti. Ma io volevo scrivere una storia che invece avesse lo sguardo della speranza e della meraviglia che hanno i bambini e i ragazzi, e allo stesso tempo lo sguardo della speranza e del coraggio che ha il popolo sahrawi. I bambini e i ragazzi si meravigliano di fronte alle ingiustizie del mondo. E hanno ragione. E si arrabbiano. E si indignano. Gli adulti invece spesso non si meravigliano più. Gli adulti conoscono e mettono in pratica tutti i giorni parole come diplomazia e compromesso. I ragazzi invece non conoscono ancora bene l’arte della diplomazia e del compromesso, mentre hanno un’idea molto più chiara, pulita e incontaminata degli adulti sulla giustizia. Se una cosa non è giusta, non è giusta e basta. E la storia dei sahrawi è una storia ingiusta. Io penso che i bambini e i ragazzi possano sentire molto fortemente l’ingiustizia dell’essere piccoli o del non essere abbastanza grandi per far valere la propria voce: questo accade purtroppo ai sahrawi da trentaquattro anni. In un articolo che ho letto nel periodo in cui scrivevo il libro, scritto da Rebecca Solnit, scrittrice e giornalista americana, c’è una frase che dice: “ La disperazione è un lusso. La disperazione non pretende niente, la speranza pretende tutto. Per molte persone nel mondo arrendersi significa accettare condizioni terribili di vita o di morte. Noi possiamo permetterci di lasciarci scoraggiare, loro no”.
Ecco, sono d’accordo con Rebecca Solnit. Quando vivi in situazioni di disperazione o di difficoltà enorme l’unica cosa che ti resta è sperare. L’unica cosa che ti resta è cercare di trovare ancora la meraviglia in mezzo alle difficoltà della vita. E’ cercare di ridere quando ci sarebbe solo da piangere. Il popolo sahrawi è un popolo fiero, orgoglioso, bellissimo, che non può permettersi di cedere al lusso della disperazione e del cinismo. E il suo sguardo ironico, poetico e libero sulla vita lo salva tutti i giorni dalla disperazione e dalla limitatezza dello spazio e degli orizzonti in cui è costretto a vivere. E vorrei sottolineare la parola LIBERO: stranamente, nonostante i sahrawi si trovino a vivere una condizione non libera, sono un popolo libero. Molto più libero di tanti altri popoli apparentemente liberi. Perché come dice il nonno nella mia storia al nipote Ali Salem “E’ la mente che ci rende liberi”. Altre riflessioni che ho fatto mentre scrivevo la storia sono queste. Non volevo che la mia storia facesse leva sulla compassione per il fatto i sahrawi si ritrovano da trentatrè anni ad essere profughi e che nel Sahara Occidentale non vengono rispettati i diritti umani di questo popolo. Non volevo che i ragazzi miei lettori pensassero “poverini questi profughi” leggendo il mio libro, volevo invece che i miei lettori pensassero ciò che ho pensato io mentre scrivevo questa storia: “che belli, questi sahrawi: quante cose abbiamo da imparare da loro.”In tutto il tempo in cui ho scritto questa storia sono stata molto grata al popolo sahrawi per tutto quello che stavo imparando, a cominciare dalla pazienza infinita. I sahrawi sono grandi maestri di pazienza e di resistenza pacifica. Dovrebbero vincere il premio Nobel per la resistenza pacifica. Spero di scrivere altri libri sui sahrawi per imparare ancora molte cose. Volevo che la storia sui sahrawi stimolasse nei ragazzi diverse riflessioni riguardo alla PACE, alla GIUSTIZIA INTERNAZIONALE e all’uso del potere da parte di chi governa il nostro mondo. Volevo che tutto questo però fosse fatto in modo lieve, divertente e poetico e che il mio “viaggio tra i sahrawi” riflettesse l’anima lieve, divertente e poetica di questo popolo. Un’ultima riflessione. La nostra civiltà occidentale sta attraversando un periodo di crisi: tutti i giorni alla televisione e sui giornali sentiamo notizie di gente che resta senza lavoro, senza soldi per mangiare. La cosa che temiamo di più è la povertà’: andare in un Campo Profughi significa avere dopo meno paura della povertà. Significa sviluppare degli anticorpi contro l’infelicità. Scatta questo pensiero: se posso sopravvivere in un Campo Profughi, se posso ancora ridere e divertirmi in un Campo Profughi, allora mi sento più forte e non ho più tanta paura della povertà. La ricchezza non è in ciò che abbiamo, ma è nel modo in cui guardiamo a ciò che abbiamo, tanto o poco che sia. Sembra un pensiero ovvio, ma dovremmo ricordarlo spesso. La ricchezza è un concetto relativo, come la fortuna.
Ecco: io penso che i sahrawi siano da un certo punto di vista un popolo fortunato per il loro sguardo sulla vita e per la loro forza di carattere. Gandhi diceva: “La sofferenza dischiude la comprensione dell’uomo”.


Articolo di Rebecca Solnit (da Internazionale n°753, luglio 2008)
Contemplo e agisco


E’ sbagliato distinguere meditazione e impegno. Si incendiano a vicenda, come l’arte e la politica. E insieme permettono di cambiare le cose.

La tradizione europea ama i dualismi. Hanna Arendt, nel suo saggio Vita activa del 1958, si sofferma sulla contrapposizione tra vita activa e vita contemplativa. Secondo Arendt, la vita attiva è quella vissuta tra gli altri. E’ fare, agire, lavorare. La vita contemplativa, invece, è quella monastica e filosofica di chi resta in disparte. Eppure nel 2007 è stata proprio la contemplazione a dare ai monaci birmani il sereno coraggio di uscire dai monasteri e dai templi intonando il Metta Sutta, il canto buddista della compassione, mentre sfilavano tra schiere di soldati pronti a ucciderli. E’ stato un raro esercizio di azione non violenta e di forza spirituale, commovente e coraggioso: uomini e ragazzi avvolti in tuniche rosso sangue hanno affrontato la giunta militare che governa il loro paese da anni. L’etica della loro vita contemplativa richiedeva l’azione. Azione e contemplazione possono convivere. La contemplazione ci dà la profondità, l’immaginazione e la comprensione necessarie per passare all’azione, per impegnarci in ciò in cui crediamo. L’azione rende vivo il nostro lavoro contemplativo, gli dà uno scopo e un significato. La compassione si può imparare meditando, ma per metterla in pratica serve qualche forma di impegno concreto. So di aver imparato molto leggendo e scrivendo, ma ho imparato molto anche viaggiando, incontrando, guardando la storia in diretta e a volte partecipandovi. Non c’è nessuna separazione. Un’altra distinzione restrittiva è quella tra rappresentazione e realtà, ereditata da Platone. Confinare la rappresentazione nel regno dell’irrilevante, dell’inattivo, di tutto ciò che non è azioni né fatti, svilisce il potere delle parole e delle idee. Le campagne di distruzione cominciano sempre dal linguaggio e dai simboli: perfino chiamare una foresta “risorsa naturale”permette di considerarla più facilmente una riserva di legname. Le persone muoiono per le idee. Rappresentare le persone come disgustose o invadenti, per esempio, è spesso il primo passo verso la brutalizzazione e lo sterminio. Come osserva l’antropologo statunitense Hugh Raffles, i nazisti stabilirono prima un’analogia tra insetti ed ebrei, poi resero reale questa metafora usando l’insetticida Zyklon B nelle camere a gas.
Le idee sono importanti. Patrick Reinsborough, fondatore dell’ong Smart Meme di San Francisco, parla in proposito di battle of the story, la battaglia del racconto.Ci sono battaglie che si svolgono per le strade e altre in cui metafore e immagini sono usate per raccontare una storia, e quindi per determinare quale versione dei fatti darà forma ai ricordi e alle immagini , guidando e condizionando il futuro. Scrivere, girare film, creare opere d’arte, fare il giornalista o l’insegnante: sono tutti atti radicali che confondono il limite tra azione e contemplazione, usando le idee come strumenti per costruire e capire il mondo.
Spesso dico che mi piacerebbe essere un’intellettuale sudamericana, appartenere a quell’ampia categoria che riunisce persone come Ariel Dorfman, Eduardo Galeano, Elena Poniatowska, Gabriel García Màrquez, il subcomandante Marcos e tanti altri. Questi autori sono un grande esempio tra vita attiva e vita contemplativa, tra arte e politica. A differenza di molti scrittori anglofobi, non credono che possa- né debba- esistere un’arte apolitica. L’arte apolitica e la politica senz’arte sono il frutto di una strategia del divide et impera che indebolisce entrambe le categorie. L’arte e la politica si infiammano a vicenda e hanno bisogno l’una dell’altra. L’idea che l’arte politica degeneri sempre in propaganda è sbagliata: Alcuni scritti di Galeano e Marcos, per esempio, sono di una bellezza straordinaria: esprimono la poetica dell’azione politica e del possibile, la capacità ricogliere l’imprevisto e di illuminare il significato delle cose. E sono pieni di speranza. Come ha detto Galeano, “siamo tutti obbligati a vivere la vita come se fosse un dovere, ma volendo segretamente viverla come una festa”. E a volte la festa non è fatta di lussuosi piaceri privati, ma di atti coraggiosi e speranze collettive. Un’altra dicotomia di cui possiamo sbarazzarci senza esitazioni è quella che contrappone i cinici agli ingenui. Gli scrittori anglofobi spesso credono che si debba appartenere a un gruppo o all’altro . In realtà il cinismo, di per sé, è ingenuo. Mi capita spesso di sentire considerazioni ciniche che sfidano la storia: è impossibile cambiare il mondo, controllano tutto loro, siamo impotenti, non ce la possiamo fare. Questa gente parla come se non fossero mai esistiti i movimenti per i diritti civili né quelli per i diritti delle donne. Come se tra essere gay o lesbica negli anni sessanta, quando l’omosessualità era considerata un crimine e una malattia mentale, ed esserlo oggi non ci fosse nessuna differenza. Come se in passato dei semplici cittadini non avessero rovesciato decine di governi.
Eppure cinismo, disfattismo e disperazione sono spesso considerati segni di grande esperienza. Qualche tempo fa, a una conferenza, sono intervenuta per elogiare il movimento zapatista e l’ho definito un esempio di rivoluzione del nostro tempo. Un tizio importante, di un’organizzazione ambientalista, mi ha preso da parte poco dopo per dirmi, arrabbiatissimo: “ Gli zapatisti hanno perso”. Era attaccato all’idea del loro fallimento proprio come molti americani progressisti sono attaccati all’idea della sconfitta, semplice pretesto per fare meno, sperare meno e sognare meno. Se non si può fare molto, nessuno potrà pretendere molto da noi. Il tizio dell’organizzazione ambientalista voleva dire che gli zapatisti non avevano raggiunto quello che secondo lui era il loro obiettivo: abolire il governo messicano in Chiapas e poi in tutto il Messico.
Ma gli zapatisti sono sopravvissuti, e questa è una vittoria. Hanno creato aree autonome in Chiapas, ed è un altro successo. La loro vittoria più grande, però, è stata artistica e storica: con loro ha vinto la vita contemplativa rivoluzionaria. Gli zapatisti hanno incoraggiato persone in tutto il mondo a ripensare il potere, la partecipazione, la rivoluzione e il possibile nel modo più bello e inaspettato.
Quando sono insorti, il 1 gennaio 1994, il giorno in cui è entrato in vigore il Nafta, nel mondo quasi nessuno parlava di neoliberismo, di globalizzazione, di corporation, delle forze economiche che dirigono la nostra vita. E ancora meno erano quelli che se ne preoccupavano. Se le cose sono cambiate è stato in parte grazie agli zapatisti.
La disperazione è un lusso. Se mi dispero posso guidare un suv e guardare tv spazzatura. La disperazione non richiede niente, la speranza pretende tutto. Per molte persone nel mondo, in Birmania come in Chiapas, arrendersi significa accettare condizioni terribili di vita o di morte. Noi possiamo permetterci di lasciarci scoraggiare, loro no.
Cosa significa allora essere radicali, raccontare storie radicali, vincere la battaglia del racconto? La tradizione nordamericana sembra voler raccontare solo il lato più tetro di quello che sappiamo: il cibo è avvelenato, il sistema è corrotto, i leader mentono, la guerra è inutile. La denuncia va bene, ma non possiamo fondare la rivoluzione sulle cose negative che lo status quo ha dimenticato di menzionale. Bisogna raccontare le storie che non ci vengono raccontate, imparare a vedere dove gli altri non vedono niente, riconoscere che i grandi cambiamenti nascono dalle zone d’ombra e dai margini, non dai centri di potere. Bisogna imparare a riconoscere dove stiamo vivendo e capire che possiamo vincere battaglie importanti, anche se non tutte nello stesso momento.
Gli intellettuali sudamericani sono sopravvissuti ai colpi di stato e all’esilio, hanno affrontato dittature e squadroni della morte, hanno visto i loro paesi finire in mano a generali e neoliberisti. Per questo sanno che il cinismo è ingenuo e la speranza è radicale.
Secondo la versione più diffusa, i monaci birmani sarebbero insorti in modo ingenuo e spontaneo, provocando un’inaspettata repressione e subendo una rapida sconfitta. E’una versione priva d’immaginazione, che ignora il processo storico. Una versione che ha continuato a essere raccontata anche mentre emergevano storie alternative, storie di defezioni nell’esercito birmano, mentre si ripetevano i piccoli atti di resistenza e di grande determinazione tra i cittadini birmani e mentre gli attivisti di tutto il mondo manifestavano la loro solidarietà agli insorti.
Come cittadini impegnati nel compito quotidiano di cambiare il mondo, dobbiamo scegliere quali storie raccontare: quelle che obbediscono al divide et impera o quelle che tengono i fatti insieme al possibile.

Rebecca Solnit è una scrittrice californiana. In Italia ha pubblicato Storia del camminare (Mondadori 2005) e Speranza nel buio (Fandango 2005). Questo articolo è uscito sul bimestrale statunitense Orion.


VOCI PER AMINATOU

Nei 32 giorni di sciopero della fame di Aminatou Haidar a Lanzarote, nelle Isole Canarie, un coro di voci dal mondo ha sostenuto la sua lotta pacifica e i suo coraggio civile. L'attivista sahrawi vive a El Ajoun, capitale del Sahara Occidentale, con la madre e i due figli. Il 13 novembre 2009, di ritorno dagli Stati Uniti, dove le era stato consegnato il Courage Prize 2009 della Fondazione Train, è stata trattenuta dalle autorità marocchine all'aeroporto di El Ajoun solo per avere scritto nella carta di sbarco che è cittadina del Sahara Occidentale e non del Sahara marocchino, così come aveva già fatto in altre occasioni. Per questo le è stato requisito il passaporto ed è stata spedita su un aereo a Lanzarote, dove le autorità spagnole le hanno permesso lo sbarco nonostante fosse senza passaporto. Quando Aminatou ha cercato di riprendere un aereo per El Ajoun le è stato impedito perché priva di passaporto. Da quel giorno Aminatou ha iniziato uno sciopero della fame e ha dichiarato al mondo la complicità del governo spagnolo col Marocco in questa azione che è l’ennesima violazione delle norme del diritto internazionale. Lo sciopero della fame di Aminatou ha messo in crisi i rapporti tra Spagna e Marocco, anche perché la Spagna ha uno storico senso di colpa nei confronti della sua ex colonia, il Sahara Occidentale, il cui diritto all’indipendenza non ha mai voluto difendere per non inimicarsi il vicino Marocco. Ma grazie alla pressione di tante associazioni umanitarie e di tante voci di intellettuali e politici da tutto il mondo, il 18 dicembre 2009 Aminatou, dopo avere messo a rischio seriamente la sua vita, ha potuto vincere questa sua ennesima battaglia pacifica, riavere il suo passaporto e ritornare viva a casa sua, nel Sahara Occidentale, dai suoi figli. Ecco qui pubblicate alcune delle voci, a cominciare dalla lettera del Premio Nobel José Saramago, scomparso il 18 giugno 2010 nella sua casa di Tias, sull'isola di Lanzarote.

José Saramago per Aminatou

Cara Aminatou Haidar, se fossi a Lanzarote sarei al tuo fianco. E non perché tu sia una militante separatista, come ti ha definito l'ambasciatore del Marocco, ma esattamente per il contrario: credo che il pianeta sia di tutti e tutti abbiamo il diritto al nostro spazio per poter vivere in armonia. Credo che i separatisti sono quelli che separano le persone dalla loro terra, le cacciano, cercano di sradicarle perché, divenendo qualcosa di diverso da quello che sono, gli uni acquisiscano maggior potere e gli altri perdano la loro auto-stima e finiscano per essere inghiottiti dalla sopraffazione. Il Marocco con il Sahara viola tutte le regole della buona condotta. Disprezzare i sahrawi è la dimostrazione che la carta dei diritti umani non ha valore nella società marocchina, che non protesta per quello che si fa con i suoi vicini; ed è, soprattutto, l'evidenza che il Marocco non rispetta se stesso: chi è sicuro del suo passato non ha bisogno di espropriare chi sta al suo fianco per esprimere una grandezza che mai nessuno gli riconoscerà. Perché se il potere del Marocco riuscirà a piegare i sahrawi, quel paese, per altri versi ammirevole, avrà ottenuto la più triste delle vittorie, una vittoria senza onore, per nulla luminosa, acquisita sulla vita e sui sogni di tanta gente che voleva vivere in pace nella sua terra e con i suoi vicini per fare del continente, tutti insieme, un luogo più abitabile. Cara Aminatou Haidar: hai dato un esempio valoroso riconosciuto in tutto il mondo. Non mettere in pericolo la tua vita perché davanti a te hai ancora da combattere molte battaglie, e tu sei necessaria. Noi, tuoi amici, amici del tuo popolo porteremo il testimone in tutte le sedi necessarie. Al governo di Spagna chiediamo che mostri sensibilità. Con te, con la tua gente. Sappiamo bene che i rapporti internazionali sono molto complicati, ma sono passati molti anni da quando è stasta abolita la schiavitù delle persone e dei popoli. Non si tratta di umanitarismo: le risoluzioni delle Nazioni unite, il diritto internazionale e il senso comune stanno da una parte sola, e questo in Marocco e in Spagna lo sanno. Lasciamo che Aminatou ritorni a casa con il riconoscimento del suo valore, alla luce del sole, perché sono le persone come lei che danno personalità al nostro tempo, e senza Aminatu tutti saremmo più poveri. Il problema non ce l'ha Aminatou, ce l'ha il Marocco. E può risolverlo, dovrà risolverlo, e non rispetto a una fragile donna ma a tutto un popolo che non si arrende perché non può capire né la irrazionalità né la voracità espansionista, propria di altri tempi e di altri livelli di civilizzazione. Un abbraccio molto forte, cara Aminatou Haidar.

José Saramago, 22 novembre 2009

Eduardo Galeano per Aminatou

Eduardo Galeano, scrittore e giornalista uruguagio, amico del popolo sahrawi, ha mandato questo messaggio ad Aminatou: “Siamo in molti a seguire in tutto il mondo, passo a passo, il tuo gesto di coraggio. Persone come te ci aiutano a vivere in accordo con quello che la coscienza ci detta, senza ubbidire a quello che la convenienza ci comanda. Persone come te ci aiutano a confermare che la lotta per un altro mondo, l'altro mondo possibile che questo mondo porta nel ventre, non è, non sarà mai, una passione inutile. Molte grazie, compagna. Ti amiamo molto, ed io sono uno di quelli. Eduardo Galeano”.



Rigoberta Menchu Tum per Aminatou

Sahara Occidentale, 29 novembre 2009 - Tre lettere del Premio Nobel per la pace, Rigoberta Menchu Tum, inviate rispettivamente al Segretario Generale dell'ONU, al capo del Governo spagnolo ed al capo del governo marocchino, per reclamare il rispetto dei diritti di Aminatou Haidar e la liberazione dei sette detenuti saharawi.
La militante guatemalteca e premio Nobel della pace, Rigoberta Menchu Tum, ha invitato i governanti spagnoli e marocchini a permettere alla militante saharawi Aminatou Haidar di esercitare pienamente e senza condizioni tutti i suoi diritti, ha reso noto sabato l’Agenzia di stampa saharawi in un comunicato (SPS). “Restare passivi di fronte ad un’ingiustizia ed accettarla costituisce una regressione per la comunità internazionale in materia di diritti umani nel mondo, cosa che non deve essere accettata”, ha sottolineato la militante guatemalteca in alcune lettere indirizzate al Segretario generale dell’ONU, al capo del governo spagnolo ed allo Stato marocchino. Ha espresso inoltre preoccupazione per la salute di Aminatou Haidar e dei sette detenuti saharawi che si trovano nella prigione di Salé dallo scorso ottobre. La militante guatemalteca ha chiesto al governo spagnolo di intervenire rapidamente sul Marocco per risolvere il problema di Aminatou Haidar, in sciopero della fame da 13 giorni, ed ottenere la liberazione dei sette militanti saharawi che rischiano di essere giudicati davanti ad un tribunale militare. Rigoberta Menchu Tum ha anche invitato il governo spagnolo a intervenire per far sì che il popolo saharawi possa esercitare il suo diritto all’autodeterminazione, in nome della responsabilità storica e morale che esso ha verso il popolo saharawi. Ha inoltre invitato il segretario generale dell’ONU ed il suo rappresentante speciale ad operare perché vengano allargate le competenze della MINURSO, fino a comprendere anche i poteri di controllo sul rispetto e la protezione dei diritti umani nel Sahara Occidentale. Rigoberta Menchu Tum ha infine invitato il governo marocchino a rinunciare alla sua posizione negativa e provocatrice e ad aderire agli sforzi dell’ONU per una soluzione del conflitto rispettosa della legalità internazionale.


Javier Bardem per Aminatou

Javier Bardem, attore e attivista della causa sahrawi in Spagna, è sceso in campo con il fratello Carlos scrivendo una lettera durissima contro il governo spagnolo, il cui testo si trova in molte pagine web. Eccolo in italiano:

Abbiamo appena letto che Aminatou Haidar smetterà di prendere le sue medicine tra due giorni se la sua situazione di prigioniera dello Stato spagnolo, alleato con la legge di ferro marocchina, non cambierà radicalmente in questo breve spazio di tempo. E' come una condanna a morte per qualcuno che ha due settimane di sciopero della fame nello stomaco e le ossa indebolite a colpi nelle prigioni segrete marocchine. Ogni minuto muoiono centinaia di persone innocenti nel mondo per le ragione più inimmaginabili per persone così fortunate come noi, che non conosciamo, in stra-grande maggioranza, la fame, la povertà, la guerra o le malattie dimenticate. E tutte e ognuna di loro sono accompagnate da un grido nostro di indignazione e rabbia. Anche di impotenza e molto di colpa. Per molti aspetti queste morti succedono perché noi continuiamo a vivere in pace. Tutte dovrebbero essere conosciute, in qualche posto, anche solo per recuperare la loro identità, rubata a forza di miseria e tortura. Nessuna morte è minore o meno importante delle altre. Con ognuna di esse, anche senza saperlo, muoriamo tutti un poco. Se Aminatou Haidar morisse per tutto quello che sta succedendo a Lanzarote, molti chiuderebbero gli occhi con lei. Un po' più di 350mila persone nel Sahara e molte di più nel mondo. Il suo caso non è più speciale o importante di quello dei bambini soldato, reclutati in qualche Paese africano per obbligarli con la loro vita a uccidere le loro famiglie e la loro comunità. Neppure di quello di quell'individuo insignificante che muore su una panchina per strada perché non ha un soldo per andarsene in una pensione, dato che le case di accoglienza non bastano. La morte di Haidar, Dio, Allah o chi c'è lassù, non voglia, non sarebbe diversa da quella di nessun altro, che merita la stessa attenzione e cura. Per questo ci fa male il cuore al solo pensarlo. Perché ci passano per la testa molti nomi e volti anonimi che sappiamo che possono morire senza che noi possiamo fare molto per evitarlo. Perché crediamo, e ci rifiutiamo di non credere, che siamo stufi che il destino dia colpi con gli occhi bendati a moltissimi perché altri, molti meno, possiamo continuare a sognare. Perché in situazioni limite, a parte il valore o la paura, l'unica cosa che ci unisce è il buonsenso. E solo svegliando il nostro senso COMUNE, possiamo svegliare quello di altri, in alcune occasioni, specialmente in quelle più dure e difficili. Per quello che sappiamo, sentiamo e leggiamo, la gran parte del popolo spagnolo appoggia, difende e lotta come può, dall'accoglienza dei bambini d'estate o dalle numerose piattaforme in difesa dei diritti del popolo saharaui (tutto il nostro sostegno e affetto per il grande e incombustibile José Taboada), con l'unico desiderio di non farli sentire soli nel loro abbandono, in queste terre impossibili in cui crescono solo pietre e desolazione. Tutti seguiamo con indignazione e stupore l'incubo di Haidar, l'incubo di un essere umano intrappolato tra il possibilismo politico di uno Stato, lo spagnolo, e l'oppressione di una dittatura, la marocchina.Tutti vogliamo che si unisca alla sua famiglia e al suo popolo, che tocchi la sua terra e continui a fare tanto, e ben fatto, per la causa del suo PAESE. Grazie a tutti loro, Aminatou respira ed è ascoltata, qualcosa che altri hanno già smesso di fare al non sentire questo calore, il sostegno di questo senso COMUNE. Perché non bisogna pensare molto per capire che non c'è giustizia che possa permettere un tale crimine nel nostro Paese, che non c'è niente né nessuno che possa giustificare il sacrificio di nessuno nel nome dei buoni rapporti con un Paese che tortura e condanna a morte lenta anziani, donne, bambini e uomini per il solo fatto di chiedere quello che è loro in modo PACIFICO e con una dignità e una capacità di sopportazione sconosciute per noi, il resto dei mortali. Se Haidar chiude gli occhi, il governo di Spagna, questo, quello di prima e ancora prima, basta con la stronzata dei colori politici, sarà il suo carnefice insieme al Marocco. E noi avremo legato la corda con il nostro silenzio, come con tanti e tanti altri... in tanti e tanti altri posti. Siamo spagnoli e il Sahara è il nostro fratello negato, non riconosciuto. Speriamo si faccia giustizia e questo senso di giustizia si faccia COMUNE e possiamo fermare questo incubo di Haidar, di centinaia di migliaia di rifugiati saharaui e continuare a guardare avanti con loro al nostro lato. L'amore aggiunge e l'ingiustizia toglie. Ci sono già la storia e i quotidiani a ricordarcelo in ogni momento. Per favore, Haidar, resisti e respira, ci sono molti polmoni che hanno bisogno della tua voce. Per favore, SIGNORI DEL GOVERNO, riconsiderate le conseguenze della relazione con il Marocco sul Sahara. Per favore, lasciate che Haidar torni nella sua terra, il Sahara, con gli occhi vivi e pieni di ragioni per continuare a lottare per quello che è suo, loro. Per favore, lei, tu, se stai leggendo questo, usa il tuo buon senso, questo che che Haidar ci risveglia quando la vediamo in questo suo incubo ispano-marocchino, e con un po' di fortuna tutti ragioneremo e arriveremo all'unica conclusione possibile; Aminatou Haidar rappresenta la libertà e ilo diritto di tutti quelli che non hannop libertà e diritti. In lei ci sono tutti quelli che lasciamo morire abbandonati all’ingiustizia. In noi c’è una parte di Haidar che si nega a chiudere gli occhi con quelli di lei.



Aleida Guevara March per Aminatou

4 dicembre di 2009.HASTA LA VICTORIA SIEMPRE!
La figlia di Che Guevara, nella sua visita agli accampamenti dei rifugiati e territori liberati, scrive il seguente messaggio ad Aminetu Haidar: "Cara amica, so che sono momenti difficili, resistere è la parola d’ordine, ma temo per la tua vita. È molto triste per me, non potere toccare la tua mano ed offrirti tutta la mia energia, ma dalla tua terra ti mando un forte abbraccio e tutto il mio rispetto come donna rivoluzionaria. Hasta la Victoria Siempre e senti la tenerezza dei nostri popoli al tuo fianco. Spero di potere vederti camminare coi tuoi figli nella patria liberata. Non saluto, sono al tuo fianco. Aleida Guevara March ”
Pubblicato per Mobilitazione AAPSS



Patrizio Esposito per Aminatou

Un articolo di Patrizio Esposito, pubblicato a questo indirizzo: www.carta.org/campagne/dal+mondo/18946

Chi è l'attivista sahrawi il cui sciopero della fame sta mettendo in imbarazzo il governo spagnolo e ha fatto puntare i riflettori sul conflitto dimenticato del Sahara occidentale.

Brani di due conversazioni sulla situazione dei sahrawi e il ruolo dell'occidente.

Aminatou Haidar, militante sahrawi nota per le battaglie della sua comunità contro la violazione dei diritti dell’uomo nel Sahara Occidentale, è stata più volte in Italia su invito di varie amministrazioni pubbliche. Il testo delle conversazioni, ricavato dalla trascrizione dell’audio di riprese video effettuate a Roma e Napoli nel 2006, in collaborazione con Jacopo Quadri e Fatima Mahfoud, e rivisto dalla stessa Haidar, è ripreso dal libro «Vedere l’occupazione, 64 fotografie dal Sahara occidentale», edizioni l’alfabeto urbano – associazione Haima, Napoli febbraio 2007. Nata nel 1967 a El Aayún, città oggi occupata dal Marocco, Aminatou è stata arrestata una prima volta nel novembre 1987, restando in carcere fino al giugno 1991 e poi dal giugno 2005 al gennaio 2006. Liberata grazie alla tenace pressione di associazioni e personalità di vari paesi, tra cui Amnesty International, Aminatou è stata invitata a testimoniare la sua attività politica prima in Europa, poi negli Usa e in Africa. La città di Napoli le ha conferito la cittadinanza onoraria nell’ottobre 2006. Il 13 novembre scorso è stata fermata all’aeroporto di Al Aayún [capitale del Sahara occidentale], al rientro dalla Spagna, dove è in cura per le conseguenze delle torture ricevute nelle prigioni marocchine, e imbarcata, contro la sua volontà e la complicità delle autorità spagnole, su un volo per le isole Canarie. Trattenuta all’aeroporto di Lanzarote, senza documenti e assistenza, ha iniziato uno sciopero indeterminato della fame e denunciato il coinvolgimento del governo spagnolo nella sua vicenda. La monarchia marocchina è impegnata da tempo a reprimere sanguinosamente la pacifica sollevazione popolare dei sahrawi nelle città occupate, senza risultati. Da alcuni mesi ha inasprito l’attività repressiva delle unità speciali dell’esercito e della polizia per decapitare la leadership della resistenza. Sette dirigenti delle organizzazioni di difesa dei diritti dell’uomo sono stati sequestrati l’8 ottobre e rischiano la pena di morte, tra questi Brahim Dahane e Ali Tamek Salem. Altri attivisti, tra cui Sidi Mohamed Daddach, che ha già scontato 25 anni in una prigione marocchina, e Laarbi Mesoud, sono stati privati dei documenti di identità e minacciati di nuove persecuzioni. Contro i sahrawi sono state ripristinate le corti militari e in una violenta dichiarazione, trasmessa in diretta da tv e radio marocchine, Mohammed VI ha intimato alle forze di sicurezza di “superare ogni equivoco e farla finita con i traditori«. Anche in Marocco il giro di vite contro la libertà di espressione colpisce la stampa indipendente attraverso la chiusura delle redazioni, il sequestro dei quotidiani e dei settimanali nazionali e internazionali, oltre a pesanti multe. Nell’ultima settimana anche Il Pais e Le Monde sono stati sequestrati. I siti web pro-sahrawi sono oscurati da anni mentre alle delegazioni straniere di parlamentari e osservatori internazionali è di fatto proibito avere contatti con i rappresentanti delle organizzazioni per la difesa dei diritti dell’uomo. Aminatou ha ricevuto tre prestigiosi riconoscimenti internazionali: il «Premio Cear» [Commissione spagnola di aiuto ai rifugiati], l’8 maggio 2006 a Madrid, il «Premio Fondazione Robert Kennedy per i diritti dell’uomo», il 16 settembre 2008 a Washington, il «Premio coraggio civile» della Fondazione John Train, a New York il 20 ottobre 2009. È stata anche candidata dal Parlamento Europeo al premio Sacharov del 2006. Ad ottobre 2007, durante il Sandblast Festival a Londra, ha consegnato al regista Ken Loach una copia del libro «Necessità dei volti». L’inasprirsi della repressione nelle zone occupate dal Marocco è possibile grazie all’appoggio politico che la Francia, la Spagna e gli Stati Uniti garantiscono alla monarchia alauita. Lo stesso piano di decolonizzazione dell’Onu è bloccato dal 1991 per i veti di Europa e Usa, interessati alle straordinarie risorse minerarie del Sahara occidentale. Il Marocco di Mohammed VI, che utilizza a pieno ritmo la feroce macchina poliziesca ereditata da Hassan II, è oggi «partner commerciale privilegiato» per l’Europa. Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite la Francia ha recentemente impedito che i contratti commerciali con il Marocco fossero vincolati al rispetto dei diritti dell’uomo e a Rabat è stato riconosciuto lo «Statuto avanzato» anche se continuano le pratiche della tortura, della sparizione forzata e dei giudizi sommari. Decine sono i centri di detenzione segreta dove restano segregati marocchini e sahrawi per reati di opinione. L’ultimo piano neocoloniale dell’Europa, il «Desertec», finanziato dai colossi della finanza tedesca e osannato dallo scrittore Tahar Ben Jelloun, pretende di utilizzare sole e vento del Sahara occidentale senza considerare l’occupazione marocchina del territorio. Anche la pesca e la ricerca petrolifera sulla lunga costa oceanica del Sahara, ritenute illegali dal diritto internazionale, sono praticate senza limitazioni e consentono al Marocco di coprire le spese militari di presidio del muro costruito nel deserto e di ammodernamento delle armi.

Due conversazioni con Aminatou Haidar:
[…] «Dobbiamo esporci, dobbiamo farlo perché alla nostra lotta occorrono volti e nomi. Ora alcuni di noi sono conosciuti e possono rappresentare anche gli altri, gli anonimi, gli imprigionati e gli scomparsi. Chi è noto può prestare la voce a chi è costretto al silenzio o a parlare sommessamente. La notorietà comporta molti rischi ma forse un pericolo ancora più grande è riservato alla gran parte dei sahrawi senza nome colpiti quotidianamente. Non abbiamo altra scelta che combattere, non ci hanno lasciato altra strada. Molto probabilmente mi prenderanno di nuovo al ritorno, per zittirmi ancora, per punire me e impaurire l’intera comunità sahrawi attraverso la mia condanna. Io andrò avanti finché potrò. Alcune settimane fa hanno maltrattato mia figlia a scuola, è stato lo stesso maestro a picchiarla. Dice che l’ha sorpresa a disegnare la bandiera sahrawi sul banco di scuola. Lei ha solo dodici anni e questa non è l’unica umiliazione che ha dovuto subire. Il 17 giugno 2005, durante un sit-in in sostegno ai familiari dei prigionieri, sono stata arrestata e picchiata violentemente insieme a quanti volevano sottrarmi ai colpi. Il giorno dopo i miei due figli [l’altro ha 10 anni] avrebbero dovuto partecipare ad una festa per la fine dell’anno scolastico, si aspettavano una sorpresa o un regalo: hanno invece ricevuto la mia borsa sporca di sangue. Durante la mia prima prigionia2, iniziata quando avevo venti anni e durata tre anni e sei mesi, la mia famiglia ha pensato che fossi morta perché non ricevevano notizie. Per tutto quel periodo mi hanno bendato gli occhi». […] «Da maggio 2005 vi è una sollevazione generalizzata della comunità sahrawi costretta a vivere nell’angustia dell’amministrazione coloniale marocchina. Non vi è giorno senza manifestazioni collettive di protesta o azioni individuali di resistenza e insubordinazione. Abbiamo cominciato a protestare anche all’interno delle carceri perché queste sono diventate uno dei luoghi di vita e unità della popolazione sahrawi. Sappiamo che può capitarci la prigionia, che ognuno di noi dovrà vedersi un giorno ristretto in carcere e privato della residua libertà concessa a gocce. Organizziamo lunghi e rischiosi scioperi della fame. Siamo riusciti a restare senza cibo anche 51 giorni di seguito, a resistere per tanto tempo alla fame ma anche alle bugie fatte circolare contro di noi. Il ministro della giustizia marocchino ha dichiarato che il nostro digiuno era una semplice farsa e che in realtà ci nutrivamo regolarmente e che eravamo assistiti da medici scrupolosi. Ha tentato di isolarci sminuendo il valore della nostra battaglia ma si è contraddetto più volte e ormai non gode di credibilità. Nella lotta abbiamo registrato il sostegno di varie organizzazioni internazionali e della stessa associazione marocchina per la difesa dei diritti dell’uomo, nonostante fosse stata impedita qualsiasi visita in carcere per costatare le nostre condizioni di salute. Le posizioni di questa associazione sono state nobili e chiare: hanno contestato la versione menzognera del ministro e hanno rivelato la nostra determinazione nel continuare lo sciopero. È stato importante scattare fotografie all’interno del carcere nero di El Aayún per sbugiardare le autorità marocchine e informare persone e comunità di altri paesi. Abbiamo preso l’abitudine di scattare fotografie, in segreto, durante le ore notturne e quando è possibile eludere la sorveglianza. È un impegno delicato ed efficace: comunichiamo con le parole e con le immagini dal cuore stesso delle prigioni e dei tribunali; non vi sono fotografi professionisti che lavorano con noi e abbiamo imparato da soli come fare. Ognuno agisce come può e con mezzi propri, ogni famiglia ormai ha un telefono cellulare o una macchina fotografica. Il Marocco vorrebbe imporre il nostro totale isolamento impedendo l’accesso alla stampa internazionale nelle città e nei villaggi sahrawi.
Se nessun giornalista o fotografo professionale può documentare quello che accade nel Sahara Occidentale tocca a noi dire cosa è l’occupazione. E lo facciamo direttamente nei luoghi della repressione, nelle caserme e nelle strade. A fotografare sono i militanti più impegnati ma anche chi non aveva mai usato un cellulare o posseduto una videocamera, i giovani e gli anziani, le donne. A volte fronteggiamo soldati e poliziotti che usano le videocamere per riconoscere i militanti e poi punirli, ma anche noi fotografiamo loro, le targhe delle loro auto senza contrassegni e le angherie che subiamo. Le autorità marocchine hanno dovuto sgomberare il carcere di El Aayún dopo che sono state rese pubbliche le fotografie dei detenuti ammassati l’uno sull’altro nei cameroni della prigione. Hanno cercato di avvalorare l’ipotesi che fossero dei falsi, hanno anche punito alcune persone ritenute responsabili degli scatti, ma ha vinto la forza di denuncia delle immagini. Una fotografia può rendere ridicole le truppe di occupazione, raccontare quanto sono puerili le loro informazioni studiate a tavolino. La fotografia è diventata parte della nostra lotta e la usiamo per avere rapporti con il mondo, conoscere noi stessi, favorire la memoria».
[…] «Come sapete, molte fotografie mostrano i corpi dei sahrawi feriti selvaggiamente. Si vedono uomini, giovani e non, con tumefazioni, arti fratturati, camicie e pantaloni insanguinati. I loro corpi sono parzialmente denudati per scoprire le parti colpite, ma anche moltissime donne sono fotografate con gli abiti sollevati. Potete immaginare cosa significhi per noi donne sahrawi mostrarci senza abiti, abbiamo dovuto superare la vergogna e le tradizioni familiari per denunciare le violenze nate dall’occupazione. Affrontiamo le offese con dignità e pazienza e questo è parte della nostra forza anche se i traumi non possono essere dimenticati. Quando qualcuno viene picchiato i familiari o gli amici, spesso anche prima che sia portato in ospedale o curato, provvedono a fotografare le sue ferite. Durante le manifestazioni in piazza c’è sempre una casa sahrawi pronta ad ospitarti, a permetterti di scattare una fotografia o a nasconderti se la polizia ti cerca. Fotogra-fiamo anche le abitazioni distrutte durante le perquisizioni o solo perché agenti della sicurezza si vendicano per le nostre proteste aggredendoci in casa. Ricordiamo e mostriamo come vengono trattate le nostre appartenenze, ciò che resta di una cucina devastata, dei vetri delle finestre spaccate, delle serrature divelte, delle sedie e dei letti sfasciati. Quello che fanno ai nostri corpi lo fanno ai nostri oggetti.
Ci sentiamo in pericolo, la nostra vita non ha valore per il Marocco. È una intera popolazione a vivere nell’incertezza e nella minaccia, ci vediamo negare il diritto ad una esistenza libera e dignitosa. La nostra lingua non è tollerata, le nostre idee e il nostro desiderio di libertà sono considerati un reato. Un passaporto ho potuto averlo dopo 16 anni di richieste grazie alla protesta di organizzazioni come Amnesty International, a quella di associazioni di giuristi democratici e di parlamentari di vari paesi. Il Marocco ha pensato che non poteva continuare a negarmi un documento di viaggio di fronte a tante pressioni internazionali, e quando mi è stato dedicato il «Premio Juan Maria Bandres» in Spagna, nel maggio scorso, ho potuto finalmente partire per l’Europa. Ci sarebbe bisogno della presenza continua nel Sahara Occidentale di osservatori internazionali, ma chiaramente l’immagine del Marocco ne uscirebbe malconcia. Quel paese non può permettersi visitatori scomodi e occhi critici. Tutto deve avvenire nell’ombra e nel silenzio.
Anche la nostra battaglia, dichiaratamente pacifica e di massa deve essere occultata o dipinta dalla monarchia di Mohammed VI, degno prosecutore della politica ferocemente coloniale di Hassan II, come violenta o addirittura terrorista. La nostra scelta pacifica è di principio: vogliamo che si effettui il referendum di autodeterminazione, firmato sia dal Marocco che dal Fronte Polisario, e che ad esprimersi siano direttamente i sahrawi. C’è il rischio concreto che i giovani scelgano di riprendere la guerra contro gli invasori, ma noi dobbiamo con ostinazione tenere aperto uno spiraglio diplomatico e di confronto.
In realtà l’Europa dovrebbe far sentire al Marocco la sua chiara aspirazione a voler difendere i principi del diritto internazionale e della giustizia vera. Noi difendiamo concretamente gli ideali in cui l’Occidente dice di credere, vorremmo che dalle parole scritte sulla carta o pronunciate con solennità si passasse alla loro applicazione. Chi ci ascolterà? Chi vorrà vedere come viviamo e come combattiamo? Viviamo sotto censura e senza diritti, ma riusciamo ad aggirare le maglie del controllo. Anche se le autorità marocchine bloccano i siti internet che si interessano della nostra causa, per impedirci di comunicare, riusciamo a trovare modi insoliti per superare la censura ed utilizzare ugualmente le tecnologie che ci permettono di inviare fotografie e documenti. Non si può zittire tutto un popolo o pensare che vi siano frontiere inviolabili. Conosciamo da poco la fotografia digitale e internet, non abbiamo risorse economiche e siamo controllati in ogni movimento, ma il bisogno di raccontare ci obbliga a trovare nuove soluzioni, ad essere veloci e imprevedibili. Continueremo a parlare, continueremo a mostrarci. A vedere e far vedere l’occupazione che ci ruba la vita».



Paul Laverty e Ken Loach per Aminatou

El País - España - 02-12-2009 Il 1 di dicembre di 1955, a Montgomery, Alabama, Rosa Parks si rifiutò di obbedire ad un autista di autobus che gli disse di cedere il suo posto ad un passeggero bianco. Il 13 novembre di 2009, Aminetu Haidar si rifiutò di compilare la sua carta d'imbarco come le ordinarono le autorità di L'Aaiún, città nella quale vive, nel Sahara occidentale controllato dal Marocco. Ora osserviamo, sempre di più inorriditi, la difficile situazione di Aminetu Haidar, madre di due bambini piccoli, che continua il suo sciopero della fame nell'aeroporto di Lanzarote. Haidar che ha lavorato tutta la sua vita per difendere i diritti umani del popolo saharaui, fu espulsa dalle autorità marocchine del Sahara Occidentale perché riempì la sua carta d'imbarco, ritornando dopo aver ricevuto un premio di diritti umani in USA, con le parole" Sahara Occidentale" invece di "il Marocco." Le autorità dissero che con ciò aveva rinunciato alla sua nazionalità marocchina, confiscarono il suo passaporto e la misero su un volo per Lanzarote, senza documenti e contro la sua volontà, tutto questo infrange l'Articolo 12 del Patto Internazionale dei Diritti Civili e Politici che dice "Nessuno può essere arbitrariamente privato del diritto ad entrare nel suo paese." Al centro di questa disputa c’è il rifiuto del Marocco a concedere al popolo saharaui il diritto ad un referendum di autodeterminazione dopo la rinuncia della Spagna alla sua colonia nel 1975. Le Nazioni Unite e la comunità internazionale non riconoscono la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale ma, contemporaneamente, stanno in silenzio mentre centinaia di migliaia di saharauis languiscono nei campi profughi nel deserto da più di 34 anni. Nelle ultime settimane, l'oppressione marocchina contro gli attivisti dei diritti umani si è incrementata dopo il discorso del re Mohamed VI, di una volgarità degna di George Bush, nel quale disse: "O una persona è marocchina, o non lo è. Uno è patriota o traditore. Non c'è via di mezzo." Haidar ed i suoi colleghi detenuti in Marocco sono a favore di una soluzione non violenta a questo problema storico. È ora che la comunità internazionale, e specialmente la Spagna il cui silenzio per anni è stato una vergogna, pressino il Marocco affinché permetta un referendum democratico o, un'altra volta, vedremo come i diritti minerali, alcuni enormi depositi di fosfato, e gli interessi economici prevalgono sui diritti umani. Forse è un’illusione pensare che la carta d'imbarco di Haidar possa essere l'equivalente del sedile che Rosa Parks non volle cedere. Ma viviamo pieni di speranza ed inviamo la nostra solidarietà a questa straordinaria donna che, nonostante sia scomparsa quattro anni ed essere stata torturata dalle autorità marocchine, ha ancora la forza di resistere. Che tragedia sarebbe per la resistenza non violenta, e per la possibilità di una soluzione pacifica che le lasciamo morire. Sollecitiamo il Governo spagnolo a che garantisca il ritorno sicuro ed immediato di Aminetu nella sua patria.



Un’ intervista di Fabrizia Ramondino a José Saramago del 27 marzo 2004.

Utile da leggere e rileggere ora (purtroppo Fabrizia Ramondino non c’è più e ci sarebbe piaciuto poter ascoltare la sua voce anche in questa occasione), è stata pubblicata per la prima volta dal quotidiano "il manifesto" 27 marzo 2004, e posta in seguito nel quaderno "Sahara Occidentale, la costruzione dell'oblio" di Jean Lamore (L'alfabeto urbano, Associazione Haima, Napoli, 2007). Si può ritrovare a questo indirizzo: www.premionapoli.it/2008/pespo.html

Un esilio da non dimenticare.

José Saramago è stato invitato il 15 e 16 marzo 2004 a Pontedera (Italia), per il conferimento della cittadinanza onoraria, Saramago, e sua moglie Pilar Del Rio, sono custodi del libro "Necessità dei volti", che testimonia, attraverso fotografie raccolte durante la resistenza all'occupazione marocchina del Sahara Occidentale, l'eccidio e la diaspora del popolo sahrawi costretto da quasi trentanni a vivere in tendopoli in uno dei luoghi più inclementi del Sahara algerino; e nel contempo l'oppressione a cui è sottoposto il popolo marocchino, vittima e/o carnefice a un tempo a causa del regime di Hassan II e del suo giovane erede. Dal 1991, anno del cessate il fuoco, vige nel territorio dell'ex colonia spagnola una tregua sotto l'egida dell'Onu (controllata dalla Minurso) che prevede la realizzate di un referendum di autodeterminazione. Da allora da un lato la monarchia marocchina ostacola con tutti i mezzi il processo di pace che prevede il referendum, dall'altro James Baker, inviato speciale di Kofi Annan per il Sahara Occidentale, non si è mai impegnato adeguatamente per imporre al Marocco, forte di potenti alleati occidentali, il rispetto degli accordi. Prima del conferimento della cittadinanza onoraria Saramago ha salutato lo scrittore franco statunitense Jean Lamore, al quale Fatima Mahfoud, rappresentante del Fronte Polisario, e l'assessora alla cultura del comune di Pontedera Daniela Pampaloni, hanno consegnato la terza copia del libro "Necessità dei volti". L'indomani mattina abbiamo incontrato di nuovo Saramago, alla presenza della moglie Pilar Del Rio, per un'intervista.
Fabrizia Ramondino: Come collocare la questione sahrawi nel nuovo scenario internazionale? Si può parlare di un "nuovo ordine mondiale"?
José Saramago: Se pensiamo che ci sono, o ci saranno in seguito, condizioni perché si delinei qualcosa che si possa chiamare "nuovo ordine mondiale", se guardiamo a come questo processo dovrà avere a che fare con tutto il mondo e se pensiamo alla quantità di problemi di ogni tipo presenti oggi, la finzione di questo "nuovo ordine mondiale" è evidente. D'altra parte un "ordine mondiale", non esiste. Gli Stati Uniti pensano ai propri interessi, agiscono concretamente per sfruttare al massimo il pianeta a profitto della propria economia. Questo è tutto. Il problema del Sahara Occidentale, la soluzione del conflitto, è un problema serio e va risolto. È chiaro che non sarà facile farlo. Certo i potenti sono obbligati a fare i conti con l'opinione pubblica mondiale, ma per loro la questione sahrawi non è rilevante. Contro la preparazione della guerra all'Iraq si sono mobilitati milioni di persone nel mondo. Nel caso del Sahara Occidentale non c'è stata a suo tempo ne ci sarà la stessa mobilitazione. Questa è la realtà, eppure dobbiamo fare qualcosa. Non so bene cosa fare o cosa dire al Fronte Polisario e al popolo sahrawi: credo che finché il Marocco manterrà un freno all'integralismo religioso interno e si mostrerà un alleato fedele, le potenze occidentali non saranno disposte a complicare la vita al re e ad avviare una soluzione vera del conflitto. In questo senso le proposte di Baker mi ricordano quello che sta accadendo in Palestina con la "Road Map", un piano che in fondo non significa niente, è un palliativo che non porterà a nulla di significativo per i palestinesi. Il piano Baker, che non propone l'attuazione immediata di un referendum per il Sahara Occidentale, è il massimo che offrono. Immagino che si debba fare di tutto per svegliare l'opinione pubblica, che questa sia la strada migliore.
F. R.: In passato lei ha consigliato ai sahrawi di utilizzare internet come hanno saputo fare gli zapatisti in Messico.
J. S.: Si, mi ricordo. Nella situazione concreta dei sahrawi sarebbe importante farlo con la stessa intensità e efficacia mostrata dagli zapatisti. Dalla selva Lacandona continuano a avere un rapporto con il mondo, sono riusciti ad avere un riconoscimento, anche se per il governo messicano il riconoscimento è stato come dare una caramella a un bambino affinché non dia più fastidio. Internet è uno strumento, e come tale va utilizzato. Ho in custodia una delle copie di "Necessità dei volti", è un documento straordinario sulla guerra nel Sahara Occidentale e bisogna farlo conoscere, ma se resta da solo non potrà servire. È un documento ammirevole contro la guerra che resterà attuale sempre perché riguarda l'umanità intera, eppure sarà insufficiente se non facciamo anche altro. Bisognerebbe pensare a altre edizioni più economiche, a tirature maggiori, a mettere insieme tutti gli affidatari del libro per iniziative che abbiano un peso reale. E le stesse cerimonie di affidamento dovrebbero riuscire a mobilitare l'opinione pubblica, a coinvolgere i media internazionali. Bisognerebbe pensare a incontri utili a informare moltissime persone, se rimarremo soli falliremo. Quando saremo un numero sufficiente di affidatari dovremo pensare a iniziative molto concrete, visibili ed efficaci. Bisogna fare presto, il "poco a poco" a questo punto non serve.
F. R.: Ma come fare, la stampa non riserva ai sahrawi nessuno spazio. Sembra che per avere spazio nel sistema dell'informazione bisogna trasformarsi in assassini e ammazzare qualcuno.
J. S.: In tre affidatari possiamo fare poco, per ovvi motivi: quando saremo un numero maggiore aumenteranno le possibilità per agire. Andiamo avanti "poco a poco", ma affrettiamo il passo, affrettiamo questo "poco a poco", e creiamo ulteriori possibilità di azione: sono già passati trent'anni, sono già cresciute due generazioni di bambini in esilio. Dobbiamo anche pensare a un contatto con il popolo marocchino, a informarlo su cosa è accaduto e accade nel Sahara occidentale. I marocchini purtroppo sono completamente soggiogati da un regime poliziesco, da un apparato formidabile di censura e disinformazione. Bisogna superare la censura del re e iniziare a dialogare direttamente con il popolo marocchino.
F. R.: Per i sahrawi il cambio politico di questi giorni in Spagna avrà conseguenze positive?
J. S.: Chi farà in Spagna qualcosa per i sahrawi? Non so, finora nessun governo ha voluto dare fastidio alla monarchia marocchina. Re Juan di Spagna si comporta da stupido e chiama fratello o cugino il re del Marocco. Cosa si può sperare? Vince l'ipocrisia, la ragione di stato. Non so ancora se Zapatero farà qualcosa, ne sarei felice. Nei limiti del tempo a disposizione e degli altri impegni che ho, sono qui a continuare la collaborazione con i sahrawi e con "Necessità dei volti". Quella sahrawi è una causa giusta, per questo è importante raggiungere molte persone, anche via internet, e contare sulla mobilitazione delle coscienze. Non bisogna lasciare da soli i sahrawi.



Luciano Ardesi per Aminatou

Un articolo di Luciano Ardesi, presidente dell’ANSPS, Associazione Nazionale di Solidarietà con il popolo sahrawi, scritto in occasione del rientro a casa di Aminatou Haidar, dopo 32 giorni di sciopero della fame.

Aminatou Haidar ha vinto. Niente sarà più come prima.

Roma, 18 dicembre 2009. Il coraggio di Aminatou ha vinto. Aminatou Haidar, la militante sahrawi dei diritti umani è rientrata nella notte a El Aiun, senza condizioni. Dopo 32 giorni di sciopero della fame, il Marocco ha ceduto davanti alla sua determinazione di rientrare nel proprio paese, anche se occupato. Il re ha dovuto prendere atto del coraggio e della forza di Aminatou e nello stesso tempo del più grave errore politico compiuto durante I suoi dieci anni di monarchia assoluta espellendo Aminatou verso le Canarie. La questione del sahara Occientale è andata sulle prime pagine dei giornali e delle tv, per non parlare del web, dopo vent’anni di oblio, e ciò grazie alla nonviolenza di una donna sahrawi, e non per il rumore delle armi. Vincere si può, anche con l’azione pacifica, chiara, determinate, nonviolenta. A niente è servita la repressione selvaggia che ha colpito questa donna, sequestrate per quasi quattro anni, in un centro segreto con gli occhi bendati, picchiata, arrestata, condannata, messa in prigione per altri mesi. Aminatou Haidar non ha mai smesso di proclamarsi sahrawi, e di rivendicare, prima ancora che per sé, per il proprio popolo il rispetto dei diritti fondamentali a cominciare dal diritto all’autodeterminazione. Le Nazioni Unite e la comunità internazionale devono ora prendere in mano risolutamente la questione del Sahara Occidentale. Il Consiglio di sicurezza non può più limitarsi a invitare le due parti, Marocco e Fronte Polisario a discutere. E’ apparso evidente in tutti questi anni che il Marocco non conosce altra lingua che quella della repressione. Il Consiglio di sicurezza deve fari garante del rispetto dei diritti umani nei territory occupati. La missione dei caschi blu nel Sahara Occidentale (MINURSO) è l’unica delle Nazioni Unite dove la salvaguardia dei diritti umani non sia contemplate tra gli obiettivi. La Francia non ha, oggi come ieri, alcuna ragione per opporsi all’estensione del mandato della MINURSO. Tutti I prigionieri politici sahrawi devono essere liberati, a partire dai sette attivisti dei diritti umani in carcere a Casablanca. Anche l’UE deve fare la propria parte. Non è ammissibile che chiuda gli occhi davanti alle proprie responsabilità. La vicenda di Aminatou non avrebbe mai avuto luogo senza la complicità della Spagna che ha accettato l’espulsione di Aminatou sul suo territorio. La Spagna deve denuncire una volta per tutte l’accordo con il quale il 14 novembre (lo stesso giorno dell’espulsione di Aminatou verso la Spagna!) 1975 cedette la propria colonia al Marocco e alla Mauritania infischiandosene del diritto all’autodeterminazione solennemente enunciato un mese prima dalla Corte internazionale dell’Aia. L’UE si appresta a concedere dal 2010 lo status privilegiato al Marocco, ignorando le continue violazioni dei diritti fondamentali tanto nel Sahara Occidentale occupato che nel Marocco stesso.Questo ennesimo insulto alla dignità e alla libertà tanto dei marocchini che dei sahrawi non può più essere consumato. Inoltre l’UE inizierà I negoziati per un nuovo accordo di pesca col Marocco. Lo scandalo dell’inclusione delle acque del Sahara Occidentale, contrario a tutti I principi del diritto internazionale, deve cessare una volta per tutte. Niente sarà come prima. Il coraggio di Aminatou ha posto la questione della decolonizzazione sotto una nuova luce.



Lettera ai ragazzi per Aminatou Haidar
di Sabrina Giarratana


Stammi vicino, guidami tu
Spirito Grande di Aminatou
Dammi la forza, dammi coraggio
Per affrontare il mio viaggio.

Bologna, 8 dicembre 2009.

Cari ragazzi,
oggi vi scrivo per Aminatou Haidar, attivista dei diritti umani sahrawi che ho avuto la fortuna di conoscere a Bologna nell’estate 2006 e di incontrare di nuovo a Bologna nel febbraio 2009. Aminatou non solo ha dato il nome a due delle tre protagoniste del mio libro sui sahrawi, ma ne è anche diventata lo Spirito Guida.
Ma chi è nella vita Aminatou Haidar?
Aminatou Haidar vive nel Sahara Occidentale occupato dal Marocco dal 1975. E’ stata arrestata più volte nella sua vita solo per avere lottato pacificamente per rivendicare il diritto all’autodeterminazione del popolo sahrawi e il rispetto dei diritti umani nel Sahara Occidentale. La prima volta nel novembre 1987, aveva vent’anni, era studentessa, e dopo avere partecipato a El Ajoun a una manifestazione contro l’occupazione marocchina è stata prelevata dalla polizia ed è sparita per quasi quattro anni. Desaparecida. Scomparsa. Nessuno ha saputo più niente di lei fino al giugno1991, quando è stata liberata. Nel 2005 è stata arrestata un’altra volta: ha trascorso sette mesi nel Carcel Negro di El Ayoun, poi è stata liberata di nuovo. Grazie ad Amnesty International, che le ha conferito lo status di prigioniero di coscienza, e alla pressione di altre associazioni e personalità in altri paesi, Aminatou ha ottenuto finalmente un passaporto per uscire dal Marocco e per andare a testimoniare in altri paesi, prima in Europa, poi negli Usa e in Africa, la sua storia e la storia del suo popolo. Ha ricevuto negli ultimi anni importanti riconoscimenti. Nel 2006 il Comune di Napoli le ha conferito la cittadinanza onoraria. Nel 2008 a Washington ha ricevuto il Premio Fondazione Robert Kennedy per i diritti dell’Uomo e il 20 ottobre 2009 a New York il Premio Coraggio Civile della Fondazione Train. Il 13 novembre scorso, di ritorno ad El Ajoun dagli Stati Uniti, è stata trattenuta dalle autorità marocchine all’aeroporto solo per avere scritto nella carta di sbarco che è cittadina del “Sahara occidentale” e non del “Sahara marocchino”.Per questo le è stato requisito il passaporto ed è stata spedita su un aereo a Lanzarote, isola delle Canarie, dove le autorità spagnole le hanno permesso lo sbarco nonostante fosse senza passaporto. Quando ha cercato di ripartire per El Ajoun, le è stato impedito perché priva di passaporto. Da allora Aminatou è in sciopero della fame all’aeroporto di Lanzarote perché rivuole in suo passaporto. E’ un suo diritto riaverlo, è un suo diritto tornare a casa dai suoi figli e da sua madre. Nonostante si siano sollevate per lei voci importanti dal mondo della cultura al mondo delle istituzioni internazionali (in Italia di tutto questo si è parlato pochissimo, è uscito un articolo sul Manifesto, poi sul Mattino di Napoli, poi sulla Stampa e infine sull’Unità), mettendo in luce il ruolo politico ambiguo della Spagna in questa vicenda (la Spagna vorrebbe risolvere il caso Haidar senza inimicarsi il Marocco, ma i diritti umani vanno rispettati!) nonostante per un attimo ci sia sembrato che la situazione si sbloccasse e Aminatou potesse tornare a casa, la situazione ancora non si sblocca e Aminatou al suo ventiduesimo giorno di sciopero della fame all’aeroporto di Lanzarote rischia la vita. Potrebbe riavere il suo passaporto solo se chiedesse scusa al Re del Marocco. Noi, che non siamo né diplomatici né politici, ci domandiamo: e di che cosa dovrebbe chiedere scusa? Del fatto che esiste?Del fatto che esiste il suo popolo? Della sua lotta pacifica per una causa giusta? Del suo coraggio civile in un mondo governato dalla viltà e dall’inciviltà? Della sua anima grande che la porta a mettere a rischio la sua vita per i suoi figli e per tutti i figli del popolo sahrawi e perché questa è l’unica strada per accendere i riflettori sul suo popolo di cui nessuno parla? Io non so che fine farai cara Aminatou, se sopravviverai al tuo sciopero della fame. Spero e prego da molti giorni Dio e Allah insieme affinché questo avvenga, perché perderti significherebbe un crimine contro l’umanità di cui tutti noi amici del popolo sahrawi porteremmo il peso dentro, anche se non ne abbiamo colpa. Che cosa possiamo fare noi, allora, da qui? Noi, voi ed io, che non siamo proprietari di mezzi di comunicazione come TV, radio, giornali,ma abbiamo un mezzo di comunicazione comunque potente come le nostre parole e le nostre bocche? Usiamole. Il più possibile e al meglio. Per dire la verità sul popolo sahrawi. Per dare voce a chi non ha voce. Aminatou, nell’ultimo incontro fatto a Bologna a febbraio 2009, ci ha lanciato un messaggio importante: ci ha ricordato che noi abbiamo la LIBERTA’ di parlare. E’ una grande libertà, di cui godiamo senza nemmeno renderci conto, che lei nel suo Paese non ha. Mettiamo questa nostra libertà al servizio della sua. Facciamo sentire la sua voce attraverso le nostre voci. Ma che siano tante. E’ l’unica cosa che possiamo fare, tenacemente e con umiltà, come Aminatou ci insegna tutti i giorni. Grandi voci hanno già fatto sentire la loro per Aminatou: il premio Nobel per la letteratura José Saramago, il premio Nobel per la pace Rigoberta Menchu Tum. Ma tutti possiamo farlo. Se avete voglia di far sentire la vostra voce per Aminatou, potete scriverle a questo indirizzo mail: todosconaminatou@gmail.com
Auguro LUNGA VITA AD AMINATOU, qualunque cosa le accada.
Sabrina Giarratana



Messaggi di solidarietà dei ragazzi italiani per Aminatou Haidar
Messages de solidarité des adolescents italiens pour Aminatou Haidar

Bologna, 21 gennaio 2010

Chère Aminatou, je suis Sabrina Giarratana, l’écrivain du roman pour adolescents “La bambina delle nuvole. Una storia del Sahara” (La fillette des nuages. Une histoire du Sahara.) publié en Italie par l’Editeur Rizzoli dans la Collection “Storie Vere” (Histoires Vraies).

Pendant la période que tu a été en grève de la faim j’ai recueilli des messages de solidarité des élèves (âge 11-13 ans) qui t’on connue un peu à travers mon livre et à travers les rencontres que j’ai organisé dans les écoles secondaires de Bologne pour parler du peuple sahraoui, et de toi-qui es l’Esprit Guide des protagonistes de mon livre- et de tous les sahraoui qui luttent pacifiquement pour la liberté, des Camps des Réfugiés, du Sahara Occidental occupé du Maroc et de la violation des droits humains.

Je t’envoie dans cette lettre quelque message en italien que j’ai traduite en français pour toi e pour tes enfants. Si un jour tu viendra en Italie je te donnerai les messages originaux, avec les signatures de ceux qui les ont écrit.

“ 9/12/09. Cara Aminatou, anche se abbiamo solo dodici anni conosciamo già la tua situazione e quella del tuo popolo, sappi che ti sosteniamo in molti. Sappiamo che il tuo obiettivo è molto difficile da raggiungere e speriamo che tu possa tornare dalla tua famiglia. Ti ammiriamo molto, devi essere una donna molto coraggiosa per sacrificarti così per il tuo popolo. Ti auguriamo tutto il bene possibile. Tanti saluti.” “ 9/12/09. Chère Aminatou, nous avons seulement douze ans, mais nous connaissons déjà ta situation et celle de ton peuple, tu dois savoir que nous sommes nombreux à te soutenir. Nous savons que ton objectif est très difficile à rejoindre et nous espérons que tu puisses retourner bientôt chez ta famille. Nous t’admirons beaucoup, tu dois être une femme très courageuse pour te sacrifier pour ton peuple. Nous te souhaitons tout le bien possible Nos meilleures salutations.”

“ Bologna, 9 dicembre 2009. Cara Aminatou Haidar, siamo dei ragazzi italiani di Bologna.Ti scriviamo perché abbiamo saputo del tuo sciopero della fame e noi ti sosteniamo perché è per una giusta causa. Ti stimiamo, soprattutto, perché ad ogni ostacolo tu intraprendi una nuova lotta per superarlo. Abbiamo saputo, anche, dei vari arresti che hai subito e siamo colpiti dalla tua grande forza di volontà.”
“Bologne, 9 décembre 2009. Chère Aminatou, nous sommes des garçons italiens de Bologne. Nous t’écrivons parce que nous avons su de ta grève de la faim et nous te soutenons parce-que ton geste est pour une juste cause. Notre estime vers toi est grande parce que quand tu rencontres un obstacle tu entreprends une nouvelle lutte pour le surmonter. Nous avons su aussi des tous les arrêts que tu a subi et nous sommes touchés par ta grande force de volonté.”

“ SIAMO TUTTI CON TE! 10.12.09. Cara Aminatou, vogliamo manifestare la nostra solidarietà verso di te ed il popolo sahrawi. Speriamo che tu vinca presto la tua causa e che il tuo popolo possa ritornare nelle proprie terre. Non ti arrendere MAI. Un grande abbraccio.”
NOUS SOMMES TOUS AVEC TOI! Chère Aminatou, nous voulons manifester notre solidarité vers toi e le peuple sahraoui. Nous espérons que tu puisses gagner bientôt ta cause e que ton peuple puisse retourner dans sa terre. Ne cède pas JAMAIS. Nous t’embrassons très fort.”

“FORZA AMINATOU! 10.12.09. Cara Aminatou, siamo ragazzi italiani interessati alla tua lotta per la liberazione del suo paese. Abbiamo saputo di te grazie al libro “La bambina delle nuvole”. Ti scriviamo questa lettera per incoraggiarti a continuare la tua lotta e lo sciopero della fame e a non arrenderti mai. CREDIAMO IN TE!” “FORCE AMINATOU! 10.12.09.Chère Aminatou, nous sommes des garçons italiens intéressé à ta lutte pour la libération de ton pays. Nous t’avons connu travers le livre “La bambina delle nuvole”. Nous t’écrivons cette lettre pour t’encourager à continuer ta lutte et ta grève de la faim et ne cède pas jamais. NOUS CROYONS EN TOI!”

“ CARO POPOLO SAHRAWI. Siamo quattro ragazze di Bologna, vi abbiamo scritto per manifestare la nostra comprensione verso il popolo sahrawi e verso Aminatou. Volevamo farle sapere che siamo con lei in questo momento di bisogno. Veniamo da Bologna e frequentiamo la scuola media. Suoniamo uno strumento perché frequentiamo la sezione musicale. Siamo contenti di potervi scrivere e vi abbiamo conosciuti tramite il libro della signora Sabrina Giarratana, lei ci ha parlato del vostro popolo ed è stata una avventura stupenda per tutti noi. Aspettiamo vostre notizie.” CHER PEUPLE SAHRAWI. Nous sommes quatre jeunes filles de Bologna, nous écrivons pour manifester notre compréhension vers le peuple sahraoui et vers Aminatou. Nous voulons dire à Aminatou que nous sommes avec elle en ce moment de besoin. Nous abitons à Bologne et nous allons à l’école secondaire. Nous jouons un instrument musical parce-que nous fréquentons la classe musicale. Nous sommes heureuses de vous écrire et nous avons connu votre histoire à travers le livre de madame Sabrina Giarratana, elle nous a raconté de votre peuple, cela a été une merveilleuse aventure pour nous tous. Nous attendons de vos nouvelles.”

“ Cari bambini sahrawi e soprattutto Aminatou vi volevamo mandare questa cartolina un po’ ironica per farvi divertire. Anche se siamo lontani vi sentiamo vicinissimi e vi vogliamo un gran bene. Cara Aminatou sii forte e sappi che ti sosterremo nella tua causa in tutta la vita. Bacioni a tutti e buon proseguimento.” “Chers enfants sahraouis et surtout chère Aminatou, nous vous envoyons cette carte un peu ironique pour vous faire sourire.Bien que nous soyons loin nous vous sentons très proches e nous vous aimons beaucoup. Chère Aminatou soyez forte, tu dois savoir que nous te soutiendrons dans ta cause pour toute la vie. Baisers à tous e bonne continuation”.

“9.12.09.Bologna. Cara Aminatou, abbiamo dodici anni. Abbiamo letto il libro “La bambina delle nuvole” che è ambientato nei Campi Profughi; e la madre di una nostra compagna, che è stata per un po’ nei Campi, ci ha raccontato le avventure e le disavventure tue e del popolo sahrawi. Noi, per essere quattro ragazzi, non possiamo fare tanto per voi, ma vogliamo che tu sappia questo: noi ti stimiamo molto e vorremmo un giorno diventare come te, sicuri di noi e determinati a difendere le nostre idee. Continua così!” “Chère Aminatou, nous avons douze ans et nous avons lu le livre “La bambina delle nuvole”, développé dans les Camps de Réfugiés, et las mère d’une notre amie, qui a été un peu de temps dans le Camps, nous a raconté les aventures et les dis aventures de toi et de ton peuple. Nous sommes seulement trois garçons et une fille et ne pouvons pas faire beaucoup pour vous, mais nous voulons te dire que nous t’estimons beaucoup et que nous désirons un jour devenir comme toi”.

Je t’écris aussi un message d’ une Prof. d’italien.

Cara Sabrina, stiamo seguendo grazie alla sua mail le vicende di Aminatou insieme ai ragazzi e stiamo scrivendo al ministro degli esteri. Non so se servirà, se qualcuno in Italia a livello politico si muoverà per la giustizia, ma serve a noi, per fare qualcosa, per credere che davvero se non siamo indifferenti e facciamo qualcosa il mondo cambierà, non possiamo sempre stare a guardare, perchè non siamo toccati direttamente. Spero che questa esperienza insegni ai ragazzi uno stile di interesse per gli altri, di compartecipazione, di corresponsabilità. Grazie anche di questo ultimo scritto. Prof. Lovisetto

Chère Sabrina, nous suivons à travers tes mail les vicissitudes d’Aminatou, avec les garçons et les filles de ma classe, et nous sommes en train d’écrire au Ministre des Affaires Etrangères. Je ne sais pas si notre geste sera utile, si quelqu’un en Italie au niveau politique se mettra en marche pour la justice, mais c’et utile pour nous, pour faire quelque chose, pour croire que vraiment si nous ne sommes pas indifférente t nous faisons quelque chose le monde changera, nous ne pouvons pas rester toujours a regarder quand nous ne sommes pas touché directement. J’espère que cette expérience enseigne aux garçons et aux jeunes filles un style d’intérêt pour les autres, de participation, de responsabilité. Merci aussi pour votre dernier message. Prof Lovisetto

Je t’envoie aussi en attaché un écrit en italien, ma “Lettre aux garçons et aux jeunes filles pour Aminatou Haidar”, que j’ai écrit quand tu a été en grève de la faim.

Merci beaucoup chère Aminatou pour ton exemple de force pacifique et pour être en vie , et merci a Dieu et Allah pour avoir recueilli nos prières pour ta santé.

Je t’ embrasse.

Sabrina




Mentre nei Territori Occupati dal Marocco si inasprisce la repressione di migliaia di civili sahrawi accampati per protesta sin dall’inizio del mese di ottobre in una zona desertica a est di El Aaiun, mentre ci giunge notizia grazie alla rete e anche grazie al quotidiano spagnolo El Pays dell’uccisione di un ragazzo di quattordici anni, Nayem el Gareh, da parte delle forze di sicurezza marocchine, e della sua sepoltura tenuta “nascosta” per evitare che le sue esequie si trasformino in una manifestazione di protesta contro l’omicidio, mentre a tutto questo i mezzi di comunicazione italiani non danno come sempre alcuno spazio, arriva invece al pubblico italiano, dopo più di un anno dalla sua uscita in Australia, il tanto dibattuto film-documentario “Stolen” dei due giovani registi australiani Violeta Ayala e Dan Fallshaw.

Presentato in anteprima nazionale per la 2a Edizione di Mondovisioni al Festival Internazionale di Ferrara e al Palazzo delle Esposizioni di Roma, il documentario, costato ben 350.000 dollari affinché diventasse “un bel prodotto”, sostiene l’esistenza di forme di schiavitù nei Campi Profughi sahrawi. Io, come tanti altri, sono stata nei Campi Profughi sahrawi e non ho visto alcuna forma di schiavitù. Ho amiche e amici che vanno nei Campi profughi sahrawi da più di venticinque anni, portando avanti progetti di cooperazione per la difficile sopravvivenza di questo popolo, e nessuno di loro ha mai visto forme di schiavitù. Migliaia di giornalisti indipendenti, organizzazioni per la difesa dei diritti umani, noti leader di tutto il mondo, attori, registi, scrittori e Premi Nobel, hanno visitato i Campi Profughi sahrawi negli ultimi trent’anni. L’UNHCR ha una presenza permanente. Possibile che nessuno di questi testimoni abbia mai visto prove di schiavitù? Siamo stati tutti ciechi in questi anni? Non credo. Credo invece nel tentativo di confondere l'opinione pubblica su una questione ben più ampia e complessa, che riguarda il diritto del popolo sahrawi, ribadito da un'infinità di risoluzioni dell'ONU, di abitare nel Sahara Occidentale. Credo che il potere della disinformazione, quel potere che purtroppo ha dalla sua parte nel mondo i mezzi economici più ingenti, si stia impegnando per gettare cattiva luce sul popolo sahrawi, per distogliere l’attenzione dalla violazione continua dei diritti umani da parte del Marocco nei Territori Occupati, con la complicità di tutti i Paesi che condividono con il Marocco interessi economici nel Sahara Occidentale. Se fossi un regista e volessi girare un documentario nei Campi Profughi sahrawi e casualmente scoprissi che nei Campi sahrawi ci sono forme di schiavitù, non potrei fare a meno di raccontarlo, ma nel contesto di un racconto molto più ampio e onesto, che tiene conto di tutti gli aspetti della storia di questo popolo. Se un regista costruisce un intero documentario sui Campi Profughi sahrawi parlando della schiavitù mi sembra ovvio che il regista stia cercando non di raccontare la verità, ma di fare uno scoop.

In Norvegia il film è stato rifiutato dal Bergen International Film Festival perché ritenuto non attendibile per fonti e traduzioni, ed è stato definito “Un falso spettacolare” da uno dei più esperti produttori di film norvegesi, Jon Jerstad, che ha analizzato tutto il film. In Italia, invece, il filmato è arrivato al pubblico senza dare la possibilità fino ad ora ai sahrawi di controbattere, visto che i registi hanno rifiutato più volte il confronto con i rappresentanti del Fronte Polisaro. “Siamo contro qualsiasi forma di censura, riteniamo anzi che il film debba essere trasmesso, anche per smuovere l’indifferenza nei confronti della nostra causa. Tuttavia, siccome la tesi sostenuta dai registi pare infondata, chiediamo che alla proiezione segua un dibattito”, ha affermato Omar Mih, rappresentante del Fronte Polisario in Italia, durante la conferenza “Napoli con i Sahrawi” organizzata lo scorso 2 Ottobre dal Comune di Napoli, dall’Osservatorio Euromediterraneo e del Mar Nero e dall’Osservatorio Internazionale per i Diritti.

Più di un anno fa, in Australia, nei due quotidiani The Sidney Morning Herald e The Age del 22 luglio 2009, José Ramos- Horta, presidente di Timor Est e Premio Nobel per la Pace 1996, parlando della controversia che ha circondato il film documentario Stolen, ha detto “ Ho seguito da vicino la questione del Sahara Occidentale da decenni. Nei nostri anni di lotta per l’indipendenza, una forte amicizia e solidarietà cresciuta tra gli abitanti di Timor e i Sahrawi. Ho incontrato molti Sahrawi e ho visitato i campi profughi Sahrawi e le zone liberate due volte. Non ho visto alcuna forma di schiavitù in quegli accampamenti. Piuttosto, quello che so dei Sahrawi è che sono illuminati da impegno nella loro causa per la libertà. Come amico dei Sahrawi, chiedo a tutti gli australiani di prendere tempo per comprendere le problematiche che circondano il Sahara Occidentale e di cercare la verità con vigilanza e impegno”. Bisogna chiedere anche al pubblico italiano, considerata la scarsa conoscenza che ha del popolo sahrawi grazie al disinteresse dei mezzi di comunicazione, di fare altrettanto.
Sabrina Giarratana
Bologna, 28 ottobre 2010.

Da El Pais

Il Marocco seppellisce in gran segreto il giovane morto a Aaiún per ostacolare la recrudescenza della tensione

Ignacio CEMBRERO - Madrid - 26/10/2010

Nayem el Gareh, il ragazzo morto domenica alla periferia di L'Aaiún, è stato sepolto lunedì sera, quasi di nascosto, per evitare che le esequie si trasformassero in una manifestazione di protesta contro l’omicidio delle forze di sicurezza. El Gareh, 14 anni, è morto colpito dalle pallottole della Gendarmeria o dell'Esercito marocchino quando il fuoristrada sul quale viaggiava ha passato un controllo alle porte dell'accampamento di Agdaym Izik, a 13 chilometri daL'Aaiún, la capitale del Sahara. Altri tre occupanti del veicolo sono rimasti feriti da pallottole, uno di loroè il fratello del defunto. La versione ufficiale marocchina dell'incidente, diffusa lunedì dal portavoce del Governo, Khalid Naciri, sostiene che dall'automobile hanno aperto il fuoco contro le forze dell'ordine e che questi hanno risposto per legittima difesa. Afferma che non c'è relazione tra i passeggeri di quel veicolo e di un altro veicolo che li accompagnava e le migliaia di saharauis accampati a Agdaym Izik che rivendicano miglioramenti sociali. Il Fronte Polisario e fonti vicine alla famiglia del ragazzo morto hanno dato versioni simili del funerale. Agenti in borghese hanno chiesto al padre di Nayem di accompagnarli fuori domicilio e lo hanno accompagnato fino al cimitero dove suo figlio è stato inumato non molto lontano dalla tomba di Hamdi Lembarki, un altro saharaui morto a L'Aaiún nel 2007 a da due poliziotti che sono stati condannati. Alla breve cerimonia hanno assistito anche un zio ed un cugino e vari poliziotti. "Quando è rientratoa casa il padre tremava ed è appena riuscito balbettare: l'abbiamo seppellito", assicura un lontano parente che preferisce restare anonimo. "Alla famiglia le autorità offrirono una compenso economico di circa 50.000 dirhams, 4.500 euro, se mantiene un profilo basso dopo il decesso del figlio", aggiunge. Il racconto del padre ha provocato urla e grida di dolore da parte dei parenti radunati nella casa, incominciando dalla madre, che si disperava di non avere potuto vegliare il corpo di suo figlio né vedere il suo viso per l’ultima volta. "Atteggiamento coercitivo" D'altra parte, la Federazione di Associazioni di Giornalisti della Spagna (FAPE) ha condannato oggi " l’atteggiamento coercitivo" del Marocco con i giornalisti stranieri. Ieri, la linea aerea di bandiera marocchino Royal Air Maroc (RAM) ha impedito a sette giornalisti di cinque giornali spagnoli di imbarcarsi nel volo per L'Aaiún, Sahara Occidentale, per il quale avevano comprato biglietti con lo scopo di documentare la morte per colpi di mitra della polizia del minore saharaui. La RAM ha annullato senza offrire spiegazione i biglietti di sei giornalisti per il volo AT0483 tra Casablanca e L'Aaiún e ha impedito ad un altro il cui biglietto non era stato annullato di imbarcarsi nell'aeroplano.




Javier Bardem: Il silenzio di Zapatero sui saharawi è vergognoso. 17 novembre 2010

Probabilmente Javier Bardem è stato così furioso, nella sua vita pubblica, poche altre volte. L'attore spagnolo ha rilasciato ieri un'intervista a Público, in cui si scaglia contro il governo del suo Paese per non aver preso una posizione decisa contro il Marocco, dopo le aggressioni contro i saharawi, nel Sahara Occidentale. E anche ieri il Ministro degli Esteri Trinidad Jiménez ha difeso la posizione del Governo in una tesa sessione del Congreso de los Diputados. "I fatti hanno conseguenze, ma anche le dichiarazioni senza dati e dalla superficialità li hanno" ha affermato il Ministro, limitandosi a chiedere al Marocco di indagare sulla morte di un saharawi con passaporto spagnolo e di permettere l'ingresso dei giornalisti spagnoli a Laayoun. Al Governo i rimproveri non arrivano solo dall'opposizione parlamentare, ma anche dall'opinione pubblica e quest'intervista a Javier Bardem testimonia lo stato d'animo di molti spagnoli, sensibili al destino dell'ex colonia africana, abbandonata in tutta fretta 35 anni fa.
- Qual è il suo legame con il Sahara?
Ho rapporti con il Sahara da molto tempo, ma nel 2008 sono stato negli accampamenti profughi di Tinduf, in Algeria, per il Festival Cinematografico Fisahara. Stare con i Saharawi crea un rapporto diverso. La cosa che mi ha più impressionato è il loro modo di essere, il loro comportamento, la loro generosità.
- Cosa le sembra dell'atteggiamento del Governo spagnolo in questo conflitto?
Mi sembra che ci siano molti qualificativi e voglio trovare l'adeguato. Irresponsabile lo definisce bene. E vergognoso.
- L'Esecutivo afferma che sta dando priorità alla relazione con il Marocco, non condannando i fatti.
Il dire che la relazione diplomatica è superiore alla difesa dei diritti umani dovrebbe far vergognare il presidente, tutto il Governo e i politici di tutti i colori, la cui opinione sul Sahara cambia al stare al Governo o all'opposizione. Quando arrivano alla Moncloa si sottomettono a una dittatura come quella marocchina. Capisco ci sia una politica di interessi commerciali, di problemi di emigrazione e terroristici, ma nessuna politica di sicurezza deve stare al di sopra dei diritti umani. Non può essere una scusa per chiudere gli occhi e dare le spalle alle torture, al fatto che ci sia gente in prigione per aver espresso le proprie idee. Quando in nome di qualcosa si sta dando le spalle agli esseri umani, quel Governo, in questo caso lo spagnolo, diventa responsabile di quello che è successo.
- Cosa l'ha maggiormente sorpresa delle dichiarazione dei membri del governo spagnolo?
La cosa che mi ha lasciato più attonito è la chiarezza e la mancanza di scrupoli al dire, in un momento così cruciale, che stanno con il Marocco, a prescindere da tutto quello che può succedere. Come può dire il ministro degli Esteri che non condanna perché non ha dati ufficiali? Chi glieli darà, allora? Il Marocco?
- Proprio il Marocco nega l'entrata a Laayoun alla stampa spagnola e la accusa di manipolazione.
E questo fa sì che non ci siano testimoni di quello che potrebbe essere il massacro di una popolazione per motivi ideologici, a 100 km dalle isole Canarie.
- Aminatou Haidar (l'attivista saharawi che, espulsa dal Marocco, l'anno scorso ha fatto uno sciopero della fame alle Canarie per poter tornare a Laayoun NdRSO) denunciava sabato scorso in un'intervista a questo quotidiano la grande separazione che c'è tra il Governo e quello che chiede la società spagnola
La società civile spagnola è fondamentale per i saharawi e ci sono vincoli speciali attraverso i programmi di accoglienza dei bambini durante le vacanze. Però nessun governo è mai stato attento a questo vincolo. E in questo momento così alto di tensione e crisi, l'esecutivo spagnolo sta dimostrando quello che è, con il suo lassismo e il suo appoggio incondizionale al Marocco. Il Governo e i citadini spagnoli sono sempre stati separati sul Sahara, ma adesso più che mai.
- Sempre Aminatou Haidar diceva che il Marocco, al non ricevere rimproveri, deve pensare di essere una superpotenza…
Il Marocco, con questo atteggiamento servile della Spagna, sembra una bambina viziata. Con questa approvazione della violazione dei diritti umani si sta creando un precedente molto grave. Che messaggio stai trasmettendo, che se uno è un Paese con un rapporto privilegiato, allora ha il diritto di ammazzare e torturare?
- Cosa si può fare perché il conflitto non finisca, una volta di più, nell'oblio?
Non lo so, magari lo sapessi… E' evidente che è cosa che va oltre la relazione bilaterale tra Spagna e Marocco. Devono intervenire l'Unione Europea, le Nazioni Unite, che guidano il processo, la Francia e gli Stati Uniti… che si restituisca ai saharawi quello che è loro.
- Grazie al suo contatto con il popolo saharawi, come vede le generazioni più giovani?
I giovani hanno punti di riferimento diversi dai più anziani, che hanno aspettato con più pazienza il risultato dei negoziati. Ma questa generazione può essere arrivata a pensare "Perché si ascolti la nostra causa devono esserci morti". E il non intervento del Governo spagnolo dà sostegno a questa idea.
- Lei e altri artisti avete consegnato recentemente 250mila firme alla Moncloa per chiedere una soluzione del conflitto del Sahara. Avete avuto risposta?
Ci sono stati contatti, ma poi sono stati cancellati. Non c'è niente di più, è un tema scomodo per loro: cosa che mi sembra insultante, non per me, ma per la tragica situazione che stanno vivendo nel Sahara.
- Come attore, come sta denunciando quello che succede nel Sahara?
Sto girando con Álvaro Longoria, regista della casa di produzione Morena Films, un documentario sulla causa saharawi. Ho cercato di parlare sia con le autorità spagnole che marocchine e non ho avuto risposta. Il documentario è la cosa meno importante, il fatto è che davanti alla volontà di dialogare, di esporre idee, la risposta è il silenzio. Ma continueremo a insistere.




Riporto qui di seguito il testo dell’intervista del giornalista Giovanni Serafini a Tahar Ben Jelloun, pubblicata il 29 gennaio 2011 sul Resto del Carlino di Bologna, e ancora di seguito il testo della lettera che ho inviato al sito di Tahar Ben Jelloun dopo avere letto l’intervista. Dal sito naturalmente non ho ricevuto nessuna risposta a parte un gentile e preconfezionato avviso di avvenuta ricezione.

L’intervista pubblicata sul Resto del Carlino. «Non chiamatele rivoluzioni. È la collera degli affamati» di GIOVANNI SERAFINI
—PARIGI —

SEGUE le notizie in presa diretta, alla radio; alla tv, al telefono con gli amici in Marocco, il suo Paese, e nelle capitali del Maghreb. Scrittore di fama universale (è l’autore francofono più tradotto all’estero); Tahar Ben Jelloun vive con emozione gli avvenimenti che infiammano l’Egitto e l’Algeria, la Tunisia e adesso anche lo Yemen. L’autore de La Notte Sacra, Il bambino di sabbia, L’uomo spezzato, L’Islam spiegato ai bambini, non è d’accordo sul termine ‘rivoluzione’ usato dai commentatori: «Bisogna stare attenti alle parole. Quel che è successo in Tunisia e in Egitto è una rivolta, non una rivoluzione».
In che senso?
«Dietro la contestazione non c’è un discorso ideologico consapevole, programmato. Potremmo parlare di una rivolta scoppiata per caso: il che non toglie nulla alla sua legittimità».
Una rivolta che ha fatto saltare un presidente in Tunisia...
«Era inevitabile. Ad un certo punto il popolo non sopporta più: è umiliato, sfruttato, non ha lavoro, non ha da mangiare: è normale che scenda in strada e spacchi tutto. Ben Ali e i suoi pensavano solo ad arricchirsi, ad ammassare prebende e privilegi». La collera è esplosa anche in Egitto e rischia di contagiare tutto il Maghreb.
«Piano, le situazioni sono diverse. La rabbia contro Hosni Mubarak, che governa l’Egitto da trent’anni, è identica a quella che ha costretto alla fuga Ben Ali, ma l’esito non sarà lo stesso. E’ stato facile mandare via Ben Ali, sarà molto più difficile liberarsi di Mubarak, che ha il sostegno dell’esercito».
Si rischia un bagno di sangue?
«Vedremo in queste ore. E’ molto interessante l’arrivo di Mohammed ElBaradei, uno dei principali oppositori di Mubarak, premio Nobel per la pace ed ex capo dell’Agenzia per l’energia atomica. E’ un uomo di valore, un leader che conosce a fondo i problemi del suo Paese». C’è chi teme una crescita del fondamentalismo islamico.
«Fino ad ora in realtà i movimenti islamici si sono mostrati molto timidi: in Tunisia non si sono visti, mentre in Egitto ci sono i Fratelli Musulmani, un partito d’opposizione molto forte. Staremo a vedere».
Che cosa succederà in Algeria, nello Yemen, nei paesi del Golfo?
«L’Algeria è sotto il ferreo controllo dell’esercito: il regime militare non mollerà. Lo Yemen è in difficoltà perché nord e sud si combattono fra loro: il potere potrebbe cadere. In Arabia Saudita e nei Paesi del Golfo la popolazione sta benissimo; quanto ai lavoratori immigrati; non hanno interesse ad agitarsi perché perderebbero il lavoro».
E il Marocco, che è il suo Paese di nascita?
«Il Marocco è tranquillo: c’è progresso sociale, crescita democratica, libertà di espressione. Ci sarebbero problemi se governasse ancora Hassan II: con il nuovo re, Mohammed VI, tutto è cambiato».
Gli Occidentali possono aiutare le popolazioni del Maghreb?
«Devono smetterla di mostrarsi compiacenti con i dittatori, di fare affari e avere rapporti amichevoli con personaggi come Gheddafi e Bouteflika. Debbono esigere che siano rispettati i diritti dell’Uomo. Ma temo che i dirigenti europei non faranno niente del genere».


Caro Tahar Ben Jelloun,
leggo oggi, sabato 29 gennaio 2011, a pagina 5 del quotidiano Il Resto del Carlino di Bologna, una tua intervista che porta la firma del giornalista Giovanni Serafini, a proposito delle rivolte popolari che stanno infiammando l'Egitto e l'Algeria, la Tunisia e lo Yemen. Il titolo dell'articolo è " Non chiamatele rivoluzioni. E' la collera degli affamati". Sono d'accordo, con te, caro Tahar Ben Jelloun: è la fame, la sacrosanta fame che muove la rabbia della gente e merita rispetto. E la tua analisi sulla situazione sociale del Maghreb sarebbe perfetta, caro Tahar Ben Jelloun, se non fosse che a un certo punto mi appari come un bugiardo e questo mi fa arrabbiare molto, caro Tahar Ben Jelloun, perché gli scrittori come te dovrebbero illuminare le menti invece che offuscarle, e perché alcuni tuoi libri li ho letti e amati molto. Alla domanda sulla situazione sociale del Marocco del giornalista Serafini " E il Marocco, che è il suo paese di nascita?", tu dai questa risposta" Il Marocco è tranquillo: c'è progresso sociale, crescita democratica, libertà di espressione. Ci sarebbero problemi se governasse ancora Hassan II: con il nuovo re, Mohammed VI, tutto è cambiato". Ma come fai a dire che il Marocco è tranquillo, se solo l'8 novembre 2010 è stata repressa nel sangue la rivolta pacifica di oltre 200.000 sahrawi accampati per protesta a sud di El Ajoun, a Gdeim Izik, in quello che è stato chiamato Il campo della dignità, dove si erano riuniti a protestare pacificamente contro le loro condizioni di vita, i loro diritti non rispettati e la mancanza di un lavoro? E cosa mi dici delle rivolte dei pescatori di Sidi Ifni, anche queste represse nel sangue? Loro non sono sahrawi, ma marocchini. E riguardo al progresso sociale, cosa intendi? Non c'è a mio avviso progresso sociale dove non c'è rispetto dei diritti umani. E soprattutto, come fai a dire che in Marocco c'è libertà di espressione se ai giornalisti non è permesso di raccontare ciò che accade realmente? Vorrei ricordarti che le redazioni di due giornali come Le Journal Hebdomadaire e Nichane sono state chiuse. La verità caro Tahar Ben Jelloun è che del tuo Paese tu racconti solo ciò che fa piacere al tuo Re, il quale si comporta esattamente come Hassan II, ma in modo meno evidente. Tu però dovresti saperlo. Anche la Francia, il Paese in cui vivi, lo sa, ma siccome condivide col Marocco interessi economici sul Sahara Occidentale, pone il veto sia all'Onu che all'Unione Europea quando si tratta di andare ad indagare sui misfatti del Marocco. Aspetto le tue risposte come se fossi tua figlia, caro Tahar Ben Jelloun. Vorrei che tu scrivessi per me, e per tutti i lettori che ti seguono da anni," La questione sahrawi spiegata a mia figlia", con l'onestà intellettuale che io mi aspetto da un grande scrittore come te. Ti abbraccio, caro Tahar Ben Jelloun.

Sabrina Giarratana

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In attesa delle risposte di Tahar Ben Jelloun sulla questione sahrawi, ecco qui il racconto di Nadir Bouhmouch, coraggioso studente marocchino, nel documentario My makhzen and me.

http://vimeo.com/36997532


Novembre 2011. Pubblico qui una poesia che ho scritto alcuni anni fa. Nel 2008 l’ho dedicata ai sahrawi, alla mostra collettiva Due etti di poesia. Oggi la dedico a Rossella Urru.

Ai sahrawi che vivono da trentasei anni divisi, metà nei Territori Occupati dal Marocco nel 1975 e metà nei Campi Profughi di Tindouf in Algeria, nella speranza che possano un giorno ritrovarsi.

A Rossella Urru, nella speranza che possa presto tornare a casa.


Se ci perdiamo
di Sabrina Giarratana

Io non lo so quanto tempo è passato
Forse una vita, ma sembra ieri
Perla perduta, ti ho ritrovato
Mentre ti abbraccio ricordo com’eri
Siamo metà che ritornano uno
Libri segreti detti a nessuno
Pagine e pagine dense di vita
Parole scritte tra i gesti e le dita
Se ci perdiamo, già lo sappiamo
Poi ci troviamo.

La poesia è stata pubblicata nell’antologia della mostra Due etti di poesia, organizzata dal mio amico Domenico Monti con la collaborazione di Rossella Urru per raccogliere fondi per un progetto del Comune di Ravenna a sostegno e tutela della salute materno-infantile e riproduttiva nella Wilaya di Smara (Campi Profughi Sahrawi di Tindouf, Algeria). La prefazione dell’antologia è di Rossella Urru, l’intera antologia con le poesie di ventiquattro poeti, è scaricabile qui, grazie a Domenico.

Due etti di poesia 2008 ( PDF)




Comunicato stampa dell’Associazione nazionale di solidarietà con il popolo sahrawi

Roma, 19 luglio 2012. E’ con grande gioia che salutiamo la liberazione di Rossella Urru, della Ong italiana CISP, e dei due cooperanti spagnoli, Ainhoa Fernández de Rincón dell’ Associazione degli amici e delle amiche del popolo sahrawi di Estremadura ed Enric Gonyalons della Ong basca Mundubat rapiti nei campi profughi sahrawi in Algeria nella notte tra il 22 e il 23 ottobre scorso. Il sequestro era stato rivendicato il 10 dicembre da un gruppo terrorista mai sentito prima, il Movimento per l’Unità e la Jihad nell’Africa Occidentale (MUJAO).

Questo è un momento di grande letizia per i tre cooperanti e le loro famiglie. Lo è anche per tutto il movimento, non solo italiano, di solidarietà con il popolo sahrawi e per lo stesso popolo sahrawi, il quale ha sentito questo atto terroristico come una provocazione ed un attacco nei suoi confronti.

L’ANSPS esprime la propria soddisfazione per la rapidità con la quale le autorità sahrawi hanno saputo ristabilire le condizioni di sicurezza nei campi profughi in Algeria, per il ruolo attivo e positivo avuto dalle autorità italiane e spagnole, e per la determinazione con la quale il movimento di solidarietà ha reagito nell’unico modo possibile davanti all’atto terroristico, confermando il proprio impegno umanitario nei confronti del popolo sahrawi.

L’ANSPS rinnova la condanna del sequestro dei tre cooperanti e la denuncia del terrorismo nella regione e di chi lo sostiene. Respinge ancora una volta la manipolazione dell’informazione da parte del Marocco e dei suoi sostenitori che hanno cercato in tutti i modi di coinvolgere i sahrawi. Il popolo sahrawi è- dopo Rossella, Ainhoa ed Enric- la vittima predestinata del rapimento. Per questo motivo l’ANSPS riafferma il proprio impegno a continuare a sostenere la lotta del popolo sahrawi per l’autodeterminazione, come stabilito dalle Nazioni Unite. L’indipendenza del Sahara Occidentale, sottoposto ad una crudele occupazione da parte del Marocco dal 1975, è una delle condizioni per la stabilità della regione, e per il benessere di tutti gli abitanti che la popolano.




Bir Lehlu, il 18 luglio 2012. Il governo della RASD e la direzione del Fronte POLISARIO, così come l’insieme del popolo sahrawi, hanno ricevuto la notizia della liberazione degli ostaggi spagnoli Ainoha Fernandez ed Eric Gonyalons come dell’italiana Rossella Urru, con grande gioia, letizia e soddisfazione.

Le autorità sahrawi hanno intrapreso diverse attività e svolto grandi sforzi per l’avverarsi di questa felice notizia avendo come unico obiettivo il ritorno dei nostri amici cooperanti sani e salvi in seno alle proprie famiglie e nel più breve tempo possibile.

Pur esprimendo la propria gioia per la liberazione dei tre cooperanti, il Governo della RASD e il Fronte POLISARIO tengono a felicitarsi in primo luogo con le loro famiglie, i loro paesi e le organizzazioni rispettive, e colgono questa occasione per salutare il loro coraggio, la loro umanità e la loro perseveranza.

Leggi il comunicato originale




In lingua spagnola:

Bajo la jaima. Cuentos populares del Sàhara, Fernando Pinto Cebrián y Antonio Jiménez Trigueros, Miraguano Ediciones, Madrid, 1996

Proverbios saharauis, Fernando Pinto Cebrián, Miraguano Ediciones, Madrid, 1997

Juegos saharauis para jugar en la arena, juegos y juguetes tradicionales del Sahara, Fernando Pinto Cebrián, Miraguano Ediciones, Madrid, 1999

Bubisher. Poesia saharaui contemporanea”, Mohamed Salem Abdelfatah (ebnu) Limam Boicha, Luali Lehsan, Saleh Abdalahi Hamudi, Ali Salem Iselmu, Chejdan Mahmud, Ed Puentepalo, 2003

Poemario por un Sahara libre, Fatma Galia, Universidad del Pais Vasco, 1998

El medico de Ifni, Javier Reverte, Areté, Madrid, 2005

In lingua francese:

Les enfants des nuages, Sophie Caratini, Le Seuil, 1993

In lingua italiana:

Figlie del deserto, Ana Tortajada, Sperling e Kupfer Editori, 2004

Donne sahrawi, donne del deserto, Cristiane Perregaux, L’Harmattan Italia, 2005

Fiabe sahrawi, Racconti popolari del Sahara Occidentale, Carme Aris e Lluïsa Cladellas, prefazione di Luciano Ardesi, EMI, Bologna, 2002

Rabbia di sabbia, storia e racconti dei sahrawi, Umberto Romano, Alfredo Mangone Editore, Rossano (CS)2000

Saharawi Memorie di Libertà, Umberto Romano e Giorgio Fornoni, Edizioni Libreria Croce, 1998

Necessità dei volti, 483 fotografie dal museo sahrawi della guerra, quaderno allestito per “Necessità dei volti”, progetto per la visione in Europa dell’archivio fotografico custodito nel Museo sahrawi della guerra. Con interventi di Fabrizia Ramondino, Patrizio Esposito, Cristina Piccino, Anna Assumma, Luciano Ardesi, Jean Lamore, Sara Marinelli, Mario Martone

Diario del Polisario, Jean Lamore, Colpo di fulmine Edizioni, nell’ambito di “Necessità dei volti”

I sahrawi, il Sahara Occidentale, Luciano Ardesi, testo allegato a Quaderni sahrawi a cura del Coordinamento napoletano di solidarietà con il popolo sahrawi

Polisario: un’astronave dimenticata nel deserto, Fabrizia Ramondino, Gamberetti Editrice, Roma, 1997

Dal carcere di Inezgane, testimonianza di Tamek Ali Salem, Bologna marzo 2004, a cura di Jacqueline Philippe

Un popolo del deserto, pubblicazione a cura di Cestas (Bo) e Associazione di Solidarietà con il Popolo Sahrawi Al Karama di Bologna, testi di Jacqueline Philippe, Adriana Mari, Gabriella Lorenzi, Silvia Rossi


Film e documentari sui sahrawi
In lingua spagnola, francese e inglese

El problema: testimonio del pueblo saharaui, di Pablo Vidal e Jordi Ferrer Cortijo

In lingua francese

L'autre côté du Mur di Denis Véricel, prodotto da APSO ( Amis du peuple du Sahara Occidental) e proiettato al Consiglio dei Diritti dell'Uomo a Ginevra il 15 marzo 2012
(http://ap-so.blogspot.fr/2012/03/lautre-cote-du-mur-au-conseil-de-droit.html )

Di prossima uscita, speriamo per il grande pubblico

I figli delle nuvole: l’ultima colonia (Titolo originale: Oulad lemzun) , un film di Alvaro Longoria con Javier Bardem, presentato in anteprima il 29 maggio 2012 nella sede del Parlamento Europeo

In lingua italiana

Una storia sahrawi, di Mario Martone, Rai 3, 1998
Sahrawi voci distanti dal mare, Metafilm, 1998, distribuzione il manifesto.
Sahrawi un muro nel deserto, Associazione El Ouali di Bologna per la libertà del Sahara Occidentale
Il nuovo giorno, diario di viaggio nei campi profughi sahrawi, Associazione Jaima Sahrawi di Reggio Emilia, novembre 2000
Sahrawi 30 anni di repubblica in esilio, Associazione Kabara Lagdaf di Modena
Sahara Occidentale: un muro lungo 20 anni, Cestas 1997
Saharawi Donna, dall’esilio alla Repubblica, Associazione Ban Slout Larbi

Memoria fotografica sahrawi in Italia

www.radio.rai.it/radio3/teatro/sahrawi.htm sito di radio rai con informazioni sul progetto Sahrawi, necessità dei volti , archivio fotografico conservato da Patrizio Esposito, 483 fotografie dal Museo sahrawi della guerra

Musica sahrawi

Sahrawi voci distanti dal mare, CD allegato al VHS del documentario omonimo
Sahrauis The music of the Western Sahara, Nubenegra
Medej. Cantos Antiguos Saharauis, Nubenegra